Vincenza e Lamberto e la vita sulla riva del Tevere

Carbone-Antonio---Viaggio-a-Roma-N.1

di ANTONIO CARBONE

Anche quest’anno, per tutto il mese di agosto, sono tornato spesso sul Tevere. A volte di mattino presto, altre di pomeriggio. Puntualmente, quando raggiungevo ponte Matteotti, buttavo un occhio, ma non li ho più visti.

Vincenza e Lamberto li incontrai, appunto, all’ombra del ponte, l’agosto di due anni fa. Doveva essere di domenica perchè mi ricordo bene che mi dissero che così preferivano trascorrerla. Lui pescando e lei ascoltando la radio e parlando volentieri con chiunque si fermasse.

Lo fecero anche con me. Da quella prima volta spesso mi sono fermato opure li ho salutati dalla bicicletta. Loro ricambaviano con lo stessa cordialità con cui rispondevano al saluto di chi passava in canoa. Come si conoscessero non ha importanza. Forse anche in quel caso l’amicizia è scaturita dal frequentare lo stesso luogo, il Tevere. Deve essere così che una volta si conquistava il titolo di fiumaroli.

Un conto è vederlo da sopra, un altro da sotto. Non appena scopri la differenza, ti capita di sentire il bisogno di tornarci per immergerti di nuovo in quel flusso che, anche nel tratto più urbano, alterna momenti idilliaci ad altri più cupi: da una parte la luce che cade sulle statue del ponte degli Angeli, con sullo sfondo l’altura del Gianicolo; dall’altra quegli anfratti in cui la vegetazione è più fitta e ti sembra di essere lontano da Roma dove le acque sono ancora chiare e pulite.

Anche Lamberto come tutti coloro con cui ho parlato, ci tenne a chiarire che lui i pesci pescati li ributtavi nel Tevere. Che solo i rumeni li mangiano. E non so se c’era più disprezzo o ammirazione per il coraggio che mostrano di avere. Come se dentro di sé covasse il desiderio di poter fare altrettanto, mangiarselo un cavedano etrusco oppure una più modesta ciriola. Dal suo inconfondibile gusto di fango.