Vermeer alle Scuderie del Quirinale a Roma e l’enigma della luce

l1208009

di FEDERICO PACE

La mostra del pittore olandese Johannes Vermeer, il Grande Muto, l’uomo di cui non si sa pressoché nulla, si è aperta giovedì 27 settembre alle Scuderie del Quirinale di Roma (Vermeer. Il secolo d’oro dell’arte olandese). Per le strade di Roma, alle paline degli autobus, si intravede il poster che ne reclamizza la mostra. C’è il volto della Ragazza con il cappello rosso. E’ proprio il quadro, forse dipinto nel 1665, dove la giovane donna con le labbra umide, si piega un po’ verso di noi e ci guarda interrogativa dai recessi del suo mondo segreto.

Fa un certo effetto vedere quel volto così grande tra le chiome dei modesti siliquastri e mentre due vecchine parlano del ritardo del bus. Fa un certo effetto vederlo così grande, se si pensa che il quadro dipinto dal genio olandese, è grande poco più di venti centimetri per diciotto centimetri (quadro che arriva dalla National Gallery of Art di Washington).

Le opere di Vermeer presenti in questo momento alla mostra delle Scuderie sono sette: La stradina, Santa Prassede, Ragazza con il cappello rosso, La suonatrice di liuto, Giovane donna seduta al virginale, Giovane donna in piedi al virginale e Allegoria della Fede. Solo a partire dal 4 ottobre sarà possibile vedere un ottavo quadro: Giovane donna con bicchiere di vino. Quando, all’interno delle sale delle Scuderie, ci si avvicina a ammirarle si resta sempre un po’ sgomenti, come quando si ammira qualcosa che ci meraviglia e non riusciamo ad afferrare. Quasi come ci accade quando siamo alle prese con l’amore.

A molti sarà successo di avere incontrato la misteriosa luce dei quadri di Vermeer. Forse facendo visita al Rijksmuseum di Amsterdam, quel maestoso e ricco spazio che ti accoglie con il quadro più maestoso che possa esistere: la Ronda di notte di Rembrandt (vedi qua) un quadro grande 3 metri e 63 centimetri per 4 metri e 38 centimetri. Tanti i capolavori di quel museo, eppure a fine giornata, quando ebbi la fortuna di andarci, ricordo ancora, ritornammo ancora una volta, dopo aver girato per tutte le sale, ad essere catturati dalle minute schegge di colore e luce che Vermeer aveva racchiuso nei suoi quadri-conchiglia.

Di nuovo si torna sempre a quei quadri silenziosi e interrogativi. Uno sguardo non basta mai. Ci si ritorna stregati e inadeguati. Quadri piccolissimi e misteriosi. La lattaia (guarda qui) è solo 45,5 centimetri per 41 centimetri. La donna che legge una lettera è 46,5 centimetri per 39 centimetri (guarda qui). E così via, quasi tutti non superano la grandezza di due palmi della mano di un uomo. Eppure sono così infiniti.

Sulle dimensioni di questi quadri-conchiglia viene da pensare che possa avere esercitato una qualche influenza il fatto che Vermeer, come pittore, nella cittadina di Delft facesse parte della Gilda in cui partecipavano, oltre a tanti altri artigiani, anche grandissimi pittori di maioliche, come Frederick van Frijtom. Forse da loro, dalla loro vicinanza, da quei loro dipinti su piccole placche rettangolari, Vermeer deve avere intuito e assorbito che anche in uno spicchio di materia si può coniare qualcosa di rilucente e prezioso. E che forse, tanto più gli spazi sono ridotti e tanto più sorprendente può essere l’effetto.

Più di dieci anni fa finii anche io per andare fino a Delft, come se fosse possibile scoprire il mistero di quella luce anche solo tornando sui luoghi in cui aveva vissuto quell’uomo. I vicoli silenziosi vicino ai canali, la grande piazza con le tracce dell’incendio di un tempo, le voci che arrivano da lontano e gli interni intravisti attraverso le trasparenze delle ampie finestre che ciascuno degli abitanti di quella cittadina, come quelli di Amsterdam e di ogni luogo abitato olandese, cercava come fosse lo spazio da cui può arrivare il respiro della vita. Dalla sera al mattino, la luce girò intorno a quel mondo senza però lasciare trapelare il suo segreto.

Oggi di nuovo, mentre camminavo tra le sale delle Scuderie del Quirinale, le ho guardate una dopo l’altra queste donne silenziose, assorte, segrete e mute. E non ho resistito alla tentazione di chiedermi a cosa stiano pensando? Da dove arrivano? Jean Cocteau che dalla luce e dalle figure messe al mondo da Vermeer rimase stregato, tanto che nel suo La Bella e la Bestia (guarda qui) cercò di ricreare quegli stessi sortilegi di luce, scrisse che i dipinti dell’olandese, il Grande Muto, sono come “una cartolina postale mandata da un mondo migliore, da qualcuno che è morto, o mandata dal mondo di quelli che sono svegli dall’abisso del sonno. Lì sta succedendo qualcosa di incredibile”.

La luce che illumina queste donne ha sedotto molti. Pittori, registi, scrittori. Moderni e antichi. Da Marcel Proust a Peter Greenaway, il regista che è arrivato a citare, alla sua maniera, i quadri di Vermeer nel film lo Zoo di Venere dove si può vedere anche un’alterazione greenawayana propria della Ragazza con il cappello rosso oltre che del quadro Allegoria della pittura.

Tra i grandi sedotti dall’arte segreta di Johannes Vermeer c’è anche il poeta polaccco Zbigniew Herbert. In uno dei suoi testi (inserito in Collected Prose) si ritrova anche una lettera aprocrifa del pittore olandese. Herbert spiega che è stata ritrovata nel 1924, anch’essa di dimensioni minute (11,5 centimetri per 17 centimetri). Vermeer avrebbe scritto quella lettera, finzione letteraria o meno, al suo amico chimico Anton van Leeuwenhoek, un naturalista nato nello stesso giorno dello stesso anno del pittore, subito dopo che l’amico gli aveva mostrato, attraverso la lente di un microscopio, una goccia d’acqua. Dicendo, “così è l’acqua, caro amico amico, e in nessun’altra maniera”. Nella lettera Vermeer spiega che non aveva avuto il coraggio di rispondergli subito e per quello era arrivato al punto di scrivere una lettera perché l’amico gli aveva lasciato intendere che gli “artisti registrano le apparenze, la vita delle ombre […] e che non hanno il coraggio o l’abilità di raggiungere l’essenza delle cose”.

L’acqua, il mistero della luce, l’essenza delle cose. Meglio non svelare qui cosa racconta Vermeer nella lettera all’amico. Altrettanto importante forse è dire che Herbert aveva già avuto a che fare con l’Olanda. Soprattutto in ragione di un interrogativo: Perché, si chiese, esiste un rapporto così unico tra i tulipani e gli olandesi? Il poeta polacco arrivò a ipotizzare che il tulipano in Olanda, dopo essere stato importato dalla Turchia in tutta Europa, riuscì ad avere nelle Terre Basse una diffusione spropositatamente superiore a quella che ebbe negli altri paesi europei perché il paesaggio monotono di quelle terre aveva finito per alimentare dentro l’animo di ciascuno, “il sogno di una flora inconsueta, colorata, variegata”.

Allo stesso modo, forse, la luce che sta nel chiuso dei quadri di Vermeer dichiara e svela il disperato desiderio, di quel pittore misterioso, dei cittadini di quelle terre, e forse di ciascuno di noi, per un “luce inconsueta, colorata e variegata” che ci avvicini di più all’essenza delle cose. Una luce che solo un uomo proveniente da quelle terre, dove la luce si cela disperatamente agli occhi di tutti, poteva afferrare e catturare sulla tela di un quadro-conghiglia.

——————————–

Federico Pace è autore del libro Senza volo. Storie e luoghi per viaggiare con lentezza per Einaudi e della raccolta di racconti di viaggio “La libertà viaggia in treno” per Laterza. Facebook: https://www.facebook.com/senzavolo/, Twitter: @FedericoPace_