Un sapore di ruggine e ossa

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di MATTEO SARLO

Sopra il cinema Quattro Fontane, le nuvole immobili e ingombranti assieme alla perenne semioscurità del freddo. Nella sala quattro si respira un’atmosfera simile a quella di una cucina di casa o di quegli stanzini brumosi ricavati nei muri vicino al bagno. Qui si proietta Un sapore di ruggine e ossa, di Jacques Audiard.

Il film è la narrazione di Ali, Matthias Schoenaerts, appena trasferito, con il figlio di 5 anni, a casa della sorella, ad Antibes. Lavorando da buttafuori in una discoteca, conosce Stephanie, interpretata da Marion Cotillard, un’ammaestratrice di orche marine. Il giorno seguente, durante una rappresentazione, Stephanie ha un incidente e le vengono amputate le gambe, dal ginocchio in giù.

Già dalle primissime sequenze, ancora prima del dramma, si chiarisce che la sfera semantica nella quale il film si installa è quella del thymos, ovvero dell’orgoglio degli eroi omerici, delle passioni-contro, e non come a prima vista sembrerebbe, quella dell’Eros, vale a dire della mancanza, del vuoto.

Come spettatori siamo gettati nel dominio di quei sentimenti di ira, fierezza e orgoglio che caratterizzano il corpo, prima ancora che lo spirito. Il regista evita, a qualsiasi titolo, una lettura sociale dei rapporti tra Stephanie e Ali- ben svolta tra l’altro dalla recente commedia francese Quasi Amici di Olivier Nakache – come anche, rifugge, una lettura “erotica” del rapporto tra Ali e Stephanie sotto la costellazione della mancanza “platonica”, dove ciascuno occuperebbe lo spazio vuoto dell’altro. È un film sul corpo, sul desiderio di desiderare e sul desiderio di essere desiderati. Consapevoli che ogni spinta nasce sempre, come direbbe lo scrittore americano Philip Roth, “laggiù, con i fatti e non con il filosofico, l’ideologico, o l’astratto”(down there, with the facts and not with the philosophical, the ideological, or the abstract). Così nel film, paradossalmente, è a partire da una mutilazione, le gambe di lei, che prende avvio il rapporto Ali-Stephanie. Il corpo prima di tutto. D’altronde Stephanie non è una ragazza angelica. Non lo è mai stata. Proprio lei ammonisce quello che era il suo compagno per aver “abbassato lo sguardo,” quando Ali lo incontra casualmente e ne sta per nascere una lite.

Se nella XXVII lettera a Lucilio, Seneca scrive che la vita umana non è nient’altro che una grande battaglia tra gladiatori, nella quale bisogna combattere sine missione, fa sistema che proprio Ali senta la pulsione di gareggiare a incontri clandestini di combattimento. E non è, solo, una questione di soldi. Anche quando Stephanie gli proporrà di pagarlo per non farlo più, la risposta è lapidaria: “Se ti avanzano, dammeli, ma io combatto lo stesso.” Ali è un Achille che lotta per il proprio desiderio di riconoscimento. È espressione di quella cassaforte di sentimenti privi di mediazione che contraddistinguono l’eroe Omerico. E mai proverà pietà rispetto alla ragazza bellissima che ha perso le gambe. Non c’è un monologo interiore in Ali. Come non c’è spazio, nel film, per nessun tipo di psicanalisi. I due cominciano una relazione che è meramente pulsionale. Quasi “animale”, con le parole di Stephanie. È una polarità quella tra Ali e Stephanie, certo. Ma non è una contraddizione. Quando lei chiederà qualcosa di più non sta smentendo nulla di ciò che è accaduto prima, sta tirando fuori quello che nel corpo è contenuto. L’essenza del corpo, lo spirito, la sua origine.

Perché, e qui il lascito più decisivo che Un sapore di ruggine e ossa pare testimoniare, il massimo grado di profondità si dà proprio in superficie. Non c’è una distanza tra superficie e profondità così come non c’è lontananza tra Ali e Stephanie. È la rivendicazione nicciana del leib (il corpo-energia) contro l’anima. Per dirla con Roth, si arriva all’astratto, al filosofico, in altri termini, al non-corpo, solo transitando attraverso le energie pulsionali della fisicità e della sua mutilazione.

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MATTEO SARLO Ha scritto per diverse riviste filosofiche e di critica cinematografica. Ha pubblicato Passagi sul vuoto, un saggio sul concetto di «vuoto» in filosofia. Sta  traducendo dal tedesco il saggio di Emil Staiger Die Zeit als Einbildungskraft des Dichters