Un sabato all’idroscalo di Ostia e la morte di Pasolini

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di FRANCESCA PEDROLLO

E’ stato un avvicinamento lento, come in un pellegrinaggio laico, accompagnati dal rumore del mare, dalle poche persone sulla spiaggia, a leggere, a giocare, a riportare un momento di serenità, a sciogliere il grumo della vita di dentro, e poi l’arrivo qui, in questo luogo nascosto allo sguardo, dove fu ucciso l’ultimo intellettuale della modernità. Nel chiedere informazioni ad un uomo che stava a guardia di un parcheggio, lui stesso mi ha preceduto, preparato alla domanda che gli fanno da quando il Comune di Roma, nel 2005, ha eretto il monumento: «Proseguite diritto, e ve lo ritrovate sulla sinistra».

Ora c’è uno slargo, delle panchine, un piccolo sentiero costellato dalle citazioni tratte dal Pianto della scavatrice e da Una disperata vitalità. Ti accompagnano e ti preparano, quasi come preghiere, invocazioni e di sottofondo il canto delle rane, gli uccelli interrotti a tratti dal rombo degli aeroplani che atterrano qui vicino, a Fiumicino.

Cerco di capire dove poteva essere il campetto di calcio, le baracche, poche, nascoste dalla vegetazione, abitate allora da romani in vacanza e poi, a seconda dei flussi migratori, da polacchi, russi e romeni. Fa uno strano effetto, proprio ora che hanno riaperto il caso, arrivare in questo luogo oscuro, grigio come il nostro passato, mai pacificato, su cui grava ancora più di un mistero.