The Conspirator e la necessità del racconto

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di MATTEO SARLO

Non so perché si vada al cinema. Forse, per cercare risposte. Forse, come semplice passatempo. Ma, forse, per possedere un racconto in più. Le luci si abbassano nella sala 3 del cinema Maestoso e tu sei seduto ad aspettare l’ultimo film del regista del distretto di Santa Monica -California- Robert Redford. Titolo, The Conspirator. Il film indipendente, che racconta la storia dell’accusa e dell’impiccagione di Mary Surrat (Robin Wright), per cospirazione nell’assassinio del presidente Abraham Lincoln, pare riecheggiare i grandi classici in bianco e nero; un processo, una giuria (militare), un avvocato protagonista, Frederick Aiken (James McAvoy). Sullo sfondo la divisione tra Sudisti e Nordisti di Via col Vento.

Vicino a te lo zainetto e lontano da te la borsa che mai dovrai toccare o infilarci una mano, neppure per gioco, della ragazza che ha accettato di sederti affianco, e la sala cala nell’oscurità. Ecco che sei pronto, già, a trasformare tutto in una tua narrazione, successiva e postuma, e, per il momento, al contrario, a travestire il racconto in realtà. Le prime immagini paiono risalire a galla, guadagnandosi l’aria per l’esistenza, come palombari dal fondo del mare.

E vedi Frederick, seppure convinto della colpevolezza della sua cliente, perché scosso dalla morte del suo presidente e dalla frantumazione del sogno americano, che prepara arringa e difesa. Il governo è in cerca di un colpevole, uno qualunque, per esorcizzare l’accaduto, archiviarlo e, così, fare come se non fosse mai esistito. Anche a costo di tradire la Costituzione, foglio di carta ed essenza della nazione. Stessa Carta alla quale, invece, Frederick addita e si aggrappa, mano a mano che sviluppa un rapporto con l’imputata e ne capisce la complessità da essere umano. Stessa Carta sulla quale ordisce le sue trame dialettiche per scagionare la sua cliente e, così, donare un frammento d’innocenza proprio quando la storia ne avrebbe avuto bisogno. Ma nella storia, e Redford lo sa bene, non ci sono fatti innocenti.

Fuori su via Appia ci sono ragazzi che parlano con le braccia conserte, anziane che camminano lentamente, donne che tracciano nuove vie, alternative ai marciapiedi, con i loro profumi estivi. Chissà cosa pensano quando gettano uno sguardo, mentre io sono dentro, all’edificio di fuori. Chissà se sanno che pochi anni fa, proprio qui, sul Maestoso, incombeva l’ombra di uno sfratto. Sorte toccata al Golden, a poco più di dieci minuti di distanza, e al Paris di via Magna Grecia. E ogni volta che ci vengo, temo sempre di trovare un supermercato o, peggio, un centro commerciale. Ma ancora no, finché sono qui dentro, e in alto il raggio granuloso della cinepresa taglia la sala in due.

Dopo quattro anni dal suo Ultimo Lions for lambs, Redford torna a riflettere sul rapporto tra cittadino e Stato: che rapporto c’è tra questi due poli opposti? Sono poli opposti? Può un individuo cambiare una nazione, anche se solo una piccola parte? Che cos’è una nazione? Immergendosi nella storia americana Redford prova a definire, nella vertigine del particolare-generale del dato storico, più che rispondere, a queste domande.

Il film termina e le immagini, ora, come sub con lo scafandro, s’inabissano per tornare da dove erano risalite. Ti pieghi un poco per riprendere lo zainetto da terra. Ancora una volta dovrai seguire l’indicazione verde per l’uscita. Ancora una volta respiri l’aria fuori dal cinema, stordito per il cambio di realtà. Ancora una volta per due ore non hai fatto che guardare, e ascoltare, una storia. Forse, perché è questa l’aria per la nostra esistenza, un nuovo racconto.