The Amazing Spider-Man e l’inevitabile prossima trilogia

spiderman1

di MATTEO SARLO

Il 4 luglio è uscito, un solo giorno dopo essere uscito nelle sale americane e inglesi, The Amazing Spider-Man (guarda il trailer). Dopo la trilogia di Raimi, Marc Webb, famoso per aver girato molti videoclip dei Green Day e la sua prima commedia nel 2009 (500) giorni insieme, ha dichiarato che il suo non è un prolungamento di un racconto già iniziato, e nemmeno un suo prequel, sulla scia del recente The rise of planet of the apes, come anche della trilogia di Star Wars, ma è una sosta su qualcosa di taciuto finora nella saga dell’eroe. Vale a dire decostruire, e quindi spiegare, un dato di fatto: perché Peter Parker è orfano. Decido per la proiezione bidimensionale del Royal (guarda le sale dove viene proiettato).

Ad indossare i panni dell’eroe è quello studente irrequieto seduto dietro la scrivania di Robert Redford in Leoni per Agnelli, Andrew Garfield. C’è qualcosa in questo ragazzo quasi ventinovenne che lo rende in grado di essere un outsider ed un eroe, uno studente universitario che rifugge le istituzioni, un co-fondatore di Facebook e un clone debole che lancia il suo grido di dolore davanti i fari accesi di una macchina. È come se le sue maschere le prendesse da dentro, e non siano semplicemente giustapposte di volta in volta. Come se possedesse un armadio di vestiti interni. Ed è il suo io, la sua personalità, a sventare l’ombra di calco dai film precedenti. Se su Tobey Maguire la fortuna/destino di divenire un supereroe gli cade letteralmente dall’alto, infilandosi nella maglietta durante una gita scolastica, Andrew al destino ci andrà incontro, infiltrandosi nella Oscorp, dando mostra di quella caratteristica che secondo Karl Lowith distingue l’oltre-uomo nietzschiano, una “volontà libera che si attribuisce come destino il fato stesso”.

Il resto della trama, però, è inevitabilmente la ripetizione di uno schema non solo della vecchia trilogia, ma di qualsiasi intreccio di una fabula. C’è un eroe che deve salvare la città, un antieroe, e una ragazza amata. Inoltre, come scrive Anthony Lane del New Yorker, rimane un enigma che il film solleva e rifugge: secondo quale criterio alcuni, incrociando il proprio Dna con quello di un qualsiasi altro animale, diventano esseri avanzati mentre altri orrende vie di mezzo? Perché Peter Parker, contaminando il suo Dna con quello di un ragno potenzia le sue doti di umano divenendo un esempio di forza, velocità e agilità di pensiero, mentre Curt Connors, ex-collega di suo padre, muta in una lucertolona che, in stile King Kong, innesca la famosa battaglia sulla punta del grattacielo?

Nei fatti, Webb aveva promesso un film che tirasse via la narrazione di un silenzio preso semplicemente come punto di partenza ma, oltre le scene iniziali, poco ci ha detto sulla vita dei suoi genitori e sul perché siano morti. È vero, il finale è l’evidente apertura di una successiva pellicola e, chissà, di un’altra trilogia.

_______________________________________

Ritratto1 copia

 

MATTEO SARLO Ha scritto per diverse riviste filosofiche e di critica cinematografica. Ha pubblicato Passagi sul vuoto, un saggio sul concetto di «vuoto» in filosofia. Sta  traducendo dal tedesco il saggio di Emil Staiger Die Zeit als Einbildungskraft des Dichters