Il tempio buddhista, le elezioni europee e lo sguardo dell’altro

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di MATTEO SARLO

Mentre si avvicinano le elezioni europee, più leggo, più mi accorgo che le informazioni non risolvono, ma invece aggrovigliano, camuffano. Ciascuno, persino sulla stessa legge elettorale, racconta la propria versione, come se davvero quello che più conta non fosse un’oggettività. O persino l’illusione di un’oggettività. Ho bisogno, non per fuggire ma per capire, di un luogo dove di informazioni non ce ne sono. Forse perché per dischiudere il senso di una frase quella frase dobbiamo in fondo dimenticarla. Lasciarcela alle spalle.

Mi inoltro sul Grande Raccordo Anulare, vado verso Roma est, voglio raggiungere via dell’Omo, l’obiettivo è il tempio buddhista più grande d’Europa. Qui cerco la scala di Wittgenstein, quella che, se vuoi davvero continuare ad usare, devi gettare via. La scala, la filosofia, la devi dimenticare e, solo così, capirla fino in fondo. Chissà se varrà pure per la Politica.

C’è un piccolo giardino sui lati del tempio, alberi nani, vasi contenenti piante o alte e slanciate in varie formazioni di fusti e foglie o basse e larghe. Il giardino si trasforma, poi, in una pavimentazione bianca che indica l’ingresso. Le mura di legno, il tetto concavo, le ampie vetrate, le statue di leoni bianchi. Tutto questo mi appare ora l’unica forma di costruzione possibile. Dentro non c’è nessuno. Il silenzio di questi spazi instilla in me chiarezza e serenità.

Poi un monaco. È davanti a me, fasciato nella sua tunica che gli gira tutt’intorno al corpo come un serpente benevolo. Sembra proprio che io non esista, né per lui, né per il luogo dove mi trovo. Allora mi avvicino. Gli chiedo se è possibile scattare qualche foto. Non me lo aspettavo ma, sì, è possibile. Mi indica che più avanti si trova una grande sala per la meditazione. Mi sarei dovuto togliere le scarpe però, se avessi voluto accedervi. I lacci allora dentro le scarpe e le scarpe fuori dalla porta, a formare, come sempre quando non vengono riempite da piedi umani, una pudica coppia geometrica che non osa guardarsi, pochi millimetri di separatezza e entrambe rivolte in avanti. Si entra.

La stanza della meditazione pare vuota. Sono più le ombre, che le luci. Il mondo ormai sembra essere scomparso. Ma non perché tutto è lontano. Quanto piuttosto perché ogni cosa sembra essersi condensata in quella stanza e aver recuperato la sua giusta misura. Molto in fondo sulla mia destra, vedo un uomo in ginocchio. Tiene le palme delle mani premute l’una contro l’altra e ha gli occhi chiusi. Sta meditando. Qualcosa di simile alle nostre preghiere ma anche di molto distante. La sua faccia pulita, la schiena dritta, la concentrazione che sconfina con l’evanescenza, sembra che sia fuori dal proprio corpo. Ma è più probabile che, invece, quell’uomo, attraverso una pratica e non una teoria, stia recuperando una “tranquillità”.

Quando esco dal tempio, lo stridore di un macchinario che buca l’asfalto. L’aria tremula del primo caldo che avvisa l’estate. Una sfilza di cartelloni pubblicitari con i simboli di un partito politico. Torno ai pensieri di prima come un asceta che entra per la prima volta in un albergo di prima classe.

Ecco prima di entrare qui, mi chiedevo, per andare a votare, che cosa sia l’Europa e quale sarebbe il suo bene. “Europa” nasce dalla radice fenicia ereb, collocandola nella sfera semantica della sera o dell’oscurità. L’Europa, l’occidente, ha la sua culla in Oriente. La parola è presa in prestito dai Greci dai Fenici. L’Europa, quella fanciulla bellissima sorella di Cadmo, rapita da Zeus nei panni di un toro bianco, ha sempre guardato a se stessa con gli occhi di un altro.

E chi è oggi l’occhio di un altro che vede l’Europa? Dove essa raccoglie ancora le proprie fattezze? Sono gli immigrati di Lampedusa quell’occhio? Quei bambini ora sul fondo del mediterraneo cosa avrebbero potuto indicarci su noi stessi che più non siamo in grado di intravedere?

Sono loro che disegnano ancora il luogo di un’opportunità, il senso ultimo dell’Europa che noi europei costitutivamente non possediamo e che gli altri ci rimandano. E allora il voto per l’Europa, il voto per farla rinascere e fiorire ancora, come potrebbe non essere il voto di chi propone un’Europa dell’accoglienza?

È più europeo chi accetta l’altro, l’accoglienza, l’ospitalità, o chi la respinge? Chi pensa che quei corpi ora sul fondo del mediterraneo siano una voce taciuta che avrebbe potuto sussurrarci nuove poesie su noi stessi oppure chi pensa che siano nient’altro che una minaccia? Il voto per le elezioni di domenica non è solo il voto per un parlamento centrale, ma è il voto che davvero ne è fondativo. Il voto per recuperare lo sguardo dell’altro.

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MATTEO SARLO Ha scritto per diverse riviste filosofiche e di critica cinematografica. Ha pubblicato Passagi sul vuoto, un saggio sul concetto di «vuoto» in filosofia. Sta  traducendo dal tedesco il saggio di Emil Staiger Die Zeit als Einbildungskraft des Dichters