Le ronde e il parco della Caffarella

caffarella

di ANTONIO CARBONE

Ci arrivo da via Latina. La stessa strada su cui stava passeggiando la giovane coppia la sera di San Valentino. Sembra una domenica come le altre, forse solo più fredda. Una patina di fragile gelo ricopre ancora la vegetazione. Ad accogliermi da dietro la staccionata, ritrovo come al solito Furia, la cavalla bianca. Più avanti nell’ovile adiacente al casale da poche ore sono nati due agnellini, mi racconta la donna con cui mi intrattengo a parlare per qualche minuto. Nell’aria c’è già un buon profumo di mimose e da lontano si sente il canto di un gallo che  sembra provenire direttamente dall’infanzia.

Effettivamente passeggiare per la Caffarella è un po’ come tornare alla campagna che dappertutto, in ogni città o paese italiano, si apriva subito dopo l’ultima fila di case. Con gli alberi di fichi e di mele selvatiche su cui arrampicarsi d’estate per fare razzie e le forre e i calanchi, buoni come nascondigli per i più temerari. Non è un parco, almeno nell’accezione che uno ne può ricavare visitando le altre capitali europee. Tanto meno un giardino. Conserva intatto l’aspetto indeciso di un luogo in attesa di una futura urbanizzazione, qualcosa di molto simile a quello che il paesaggista e scrittore francese, Gilles Clément, considera il “terzo paesaggio”. Nel frattempo dopo la pausa al casale, riprendo a camminare. In prossimità di ogni  grotta nella roccia tufacea, sembra ancora possibile rivivere l’idillio, il genius loci che tanto affascinava coloro che venivano dal Nord Europa a Roma per il Grand Tour. Anche se, come spesso capita alla natura poco addomesticata, persino un luogo così piacevole può rivelarsi inaspettatamente  terribile.

E’ stato proprio da questi parti che una sera di estate di qualche anno fa, sull’imbrunire, mi presi un bello spavento. Stavamo correndo a pochi metri di distanza l’uno dall’altro quando, girandomi, mi accorsi di averla persa di vista. Rifeci più volte la strada, guardando dietro ogni cespuglio con il cuore in gola. Furono dieci minuti di panico in qui mi passarono per la testa i pensieri più strani. Proprio a quest’episodio ho pensato quando ho saputo di ciò che era capitato ai due ragazzi. Che ne sarà adesso di loro? Ce la faranno a superare il trauma? Per quanto siano forti e tenaci, come ci assicurano gli investigatori con cui hanno collaborato nelle indagini, adesso sono come due alberi che hanno subito una forte gelata. Ora per rivederli fiorire di nuovo, più che delle ronde, ci sarà bisogno di tempo e di cura.