Le ombre e il Parco degli Acquedotti

mat_1010-copia

di MATTEO SARLO

Questa notte mi sono svegliato all’improvviso. Mi sono chiesto che ora potesse essere. Oltre alla domanda istintiva, non celebrale, quella domanda quasi organica che ci poniamo tutti buttati giù dal letto o comunque trascinati via dal nostro riposo, su cosa fosse stato a svegliarmi. Un rumore improvviso, il borbottio di un temporale, l’ancheggiare crudele di un terremoto. Le quattro. Sono rimasto ancora un poco nel letto. Il sogno iniziava a staccarsi lentamente da me. Poi ecco, d’improvviso, ho ricordato tutto quanto.

Ieri, nel primo pomeriggio, sono andato al parco degli acquedotti. Mi capita spesso di venirci in compagnia, seguendo la via che, direttamente dalla Tuscolana, fermata Giulio Agricola, tira dritta, taglia un paio di traverse, e sfocia sulla chiesa di San Policarpo. Questa volta, però, ci sono andato da solo.

All’ingresso, vicino alla pista da pattinaggio, un chioschetto rosa, protetto dall’abbondanza di tre ombrelloni, vende grattachecche ai padri che, messaggeri e destinatari al tempo stesso, felici di entrambi i ruoli nel caso specifico, subito dopo aver pagato, portano in basso il bicchiere, per incastrarlo nella piccola conchetta formata dal palmo della mano del proprio figlio. Sulla panchina, subito davanti ad una pizzeria, una donna legge un romanzo di un edizione non riconoscibile. Dopo di lei un uomo, gambe accavallate e camicia blu, tiene in mano il cellulare come se stesse aspettando una telefonata. Ma già lo vedi, dritto difronte a te, l’acquedotto Felice. Più in lontananza, due bambini si divertono, Philippe Petit in miniatura, a camminarci sopra.

Per raggiungerlo, allora, abbondoni l’odore dei pini bagnati e attraversi una porzione di terreno esposta completamente al sole. Poi passi sotto l’arco. Lo stesso che fino allo scorso anno era stato recintato per la caduta di pezzi, anche molto grandi, di intonaco. Visto da questa parte, per una sensibile digressione del terreno, l’acquedotto appare molto più alto, nascondendo meglio la gobba del tempo. Di certo, costruito da Giovanni Fontana sotto papa Sisto V in epoca rinascimentale, è il più giovane dei tre acquedotti del parco. E qui ricomincia il fitto alternarsi degli alberi. Appoggiate al tronco di uno di questi, al riparo dal giudizio del sole, una coppia di ragazze si confessa quel che è accaduto durante l’estate. Più in là ci sono tavoli apparecchiati, palloncini blu e rossi spuntano dai cespugli durante quella che ha tutta l’aria di essere una festa di compleanno. Qui ci puoi restare per ore, a vedere la luce che vira verso l’ocra.

Allora, con l’allentarsi della morsa della temperatura, inizi a vedere corridori, atleti, persino una donna con tappetino e personal trainer. Un gruppo di bambini, più avanti, a petto nudo lanciano in aria con una corda tesa in quattro, due da un capo e due dall’altro, uno di quei giochi che credevo scomparsi. Sdraiate, altre due ragazze a prendere il sole. Da questo lato sembra evidente: il parco degli acquedotti, per la sua solarità, per la trasparenza che possiede, per la sua vitalità, appartiene alla sfera femminile. Poi senti il rombo di un aereo.

Deve essere partito pochi istanti prima da Ciampino. Pochi istanti dopo il fischio di un treno in lontananza che mi conduce li dove il terreno scavalla e iniziano piccoli percorsi tracciati. È particolare che prorpio in questo parco, lontani dalla Tuscolana e dalla città, la sfera sonora prevalente sia urbana. Ma poi lo scroscio di una cascata.

Qui vicino, su ciascun tronco d’albero il nome della pianta. Su piccole piantarelle appena fuori il tracciato, ci sono dei cartelli con nomi propri. Devono trattarsi di bambini venuti in gita con la scuola – su di uno c’è scritto Federico II D ­–. Poi arrivo ad uno in particolare. Lì vi è appeso una specie di santino e la foto di un piccolo. E se questo fosse un ricordo? Se qualcosa di orribile gli fosse accaduto e questo ne fosse una testimonianza?

In lontananza un altro acquedotto. Ora l’erba cede ad un terreno più brullo, inspessito, disordinato. Sotto le mura, un cane sciolto – pelo corto e mascelle forti – corre senza museruola. Quello lì non è l’acquedotto Claudio, che si trova sulla sinistra. E, allora, che cos’è? Per l’aspetto, per la natura del materiale, le diresti mura più antiche sia di quelle dell’acquedotto Felice che, persino, di quelle dell’acquedotto Claudio, della metà del primo secolo d. C.  E accade di nuovo ma con più vemenza, forse perché semplicemente ripetuta. Tutta la leggerezza del parco viene punteggiata da qualcos’altro, un’inquietudine: che cosa accade a questo stesso parco di notte? Come muta il suo paesaggio? E se mutasse di genere e prendesse tutta l’enigmaticità, l’opacità, l’involuzione del maschile? Ora queste mura antichissime, di un tempo precedente a Claudio e Caligola  sono un ombra contro il sole.

A svegliarmi, nel cuore della notte, non è stato un rumore del libro caduto dal comò né quello di un temporale né quello di un terremoto ma l’abbaiare di quel cane. La ferocia della sua muscolatura che dirompeva contro di me. L’occhio fisso e vigile su ogni mia mossa, come lo era quando la mia schiena era stata spinta contro il secchione dell’immondizia e l’odore del cotone del colletto era mischiato al tanfo del cibo avariato, quando avevo poco più di quattro anni. A svegliarmi la consapevolezza di essere ancora, per quella notte, uno di quei due bambini. Un equilibrista che mette un piede dopo l’altro sul muro del passato.

_____________________________________

Ritratto1 copia

 

MATTEO SARLO Ha scritto per diverse riviste filosofiche e di critica cinematografica. Ha pubblicato Passagi sul vuoto, un saggio sul concetto di «vuoto» in filosofia.