Morire a Termini

metropolitana

di ANTONIO CARBONE

In una ipotetica classifica delle zone a rischio della città, la stazione Termini probabilmente non occuperebbe uno degli ultimi posti. Anche se non è priva di insidie. Presenta una sua popolazione stanziale all’interno della quale è difficile distinguere chi ha bisogno d’aiuto da chi invece simula una necessità. Ma la sensazione che si ha attraversando la galleria e persino i lunghi corridoi che portano alla metropolitana non è di pericolo. O almeno non diverso da quello avvertito altrove.

Avrà pensato questo Vanessa Russo, giovedì scorso, raggiungendola da Tiburtina con l’intenzione poi di avviarsi a piedi verso il posto di lavoro. Se ne vedono tante, ogni giorno, di ragazzi e ragazze che indugiano all’interno della stazione, come se fossero in un centro commerciale. E forse per fare acquisti si stava recando a Termini la ragazza romena che ha colpito a morte Vanessa con un ombrello. Ha colpito tutti la veemenza del suo gesto.

Ora che è stata arrestata, apprendiamo che era nota alla polizia perché si prostituiva con la sua amica minorenne con cui era in compagnia. Questo particolare se non deve indurre a giustificazioni sociologiche fa certamente luce su un mondo da cui nessun recinto ci può tenere al sicuro. Perché fatto di persone che consumano le nostre stesse cose e ambiscono ai nostri stessi desideri. Lo scarto, la differenza, è tutta nel cumulo di rabbia e violenza implosa nei loro corpi. Pronta a scattare come una molla. E’ questo per lo più a conferire a qualsiasi punto della città un’aria da tregua momentanea.