Messi Pallone d’Oro 2011

messi

di MATTEO SARLO

Lionel  Messi ha vinto il Pallone d’Oro, edizione 2011. Ancora lui. È la terza volta di fila. L’argentino è arrivato davanti a tutti con il 48 per cento dei voti. Dietro di lui, con il 21,6 per cento dei voti, Cristiano Ronaldo, nemmeno presente, e Xavi (9,2 per cento). Nella conferenza stampa che ha preceduto la premiazione il numero dieci degli azulgrana ha dichiarato che “senza la squadra, io e Xavi non saremo qui”. Subito dopo aver ritirato il premio ha voluto “ringraziare e dividere questo premio con tutti quelli che mi hanno votato, i miei compagni del Barcellona e dell’Argentina.” Thiago Alcantara, compagno di squadra della “pulga”- il soprannome che mai si stacca una volta radicato-, si diceva sicuro del tris. Ha detto che “è sicuramente il migliore in questo sport” e che “con lui diventa tutto più facile”.

Questo sport, il calcio, lo diresti una necessaria scarica dalle responsabilità quotidiane o una ribellione istituzionalizzata. Eppure anche il grandissimo scrittore de La Peste Albert Camus, giocava in porta. Diceva che tutto quello che aveva appreso dalla morale umana lo aveva appreso dal calcio. Chissà cosa avrebbe detto a guardare Messi. La palla che tocca il piede sinistro e subito in avanti. È la sorpresa a cui ci siamo abituati; su quel piede la palla non resta mai più di una frazione di secondo. Non sono gli scarpini prensili di Xavi o quelli guantati di Iniesta. Come se, rotolando, la sfera non incontrasse un arto umano ma un suo simile, o una sponda.

Nell’intervista all’attaccante argentino (“Messi, el goleador que nos despierta se va a dormir”), uscita sul mensile peruviano Etiqueta Negra, Leonardo Faccio ci svela un angolo nascosto della pulce atomica. Lui, dopo ogni allenamento con il Barcellona, pranza e va a dormire. Almeno un paio d’ore. Ogni giorno. Alla domanda “ci racconti la tua giornata tipo dopo gli allenamenti?” la risposta di Messi è secca. Lapidaria. “ Mi piace farmi una dormita. E la sera magari vado a cena da mio fratello”. Quel numero 10 del Barcellona, che lo vedi ora con le mani accarezzare il trofeo più grande, come il 10 ideale, sovrastorico, come il concetto che useresti per spiegare, alla prima partita di tuo figlio, il significato dei numeri sulla schiena dei giocatori, quando non gioca, non può fare a meno di dormire.  Forse è nel sonno che apprende qualche segreto per trascinarlo, poi, con sé. Per riportarlo indietro. Perché sul prato, è evidente, ha qualcosa che gli altri 21 non possiedono.

Se Peter Sloterdijk, filosofo e saggista tedesco, individua nella sfera, la palla o lo stadio o la terra, l’allegoria del nostro ambiente, perché è nello stadio come sulla superfice terrestre che ci giochiamo la nostra unica sfida e di cui dobbiamo conoscere ogni minuto anfratto per sopravvivere, Messi è sicuramente l’uomo moderno. Del campo pare conoscere ogni centimetro quadrato ed è lui a decidere quando accelerare la partita. Quando, tramite quell’azione che distingue gli uomini dai metafisici, arrivare in porta e segnare un altro dei 53 gol annui.

Nel suo vestito, ora alla premiazione, sembra solo uno dei tanti. I capelli corti con una vertigine dietro e le fossette quando sorride. Un ragazzo due anni più grande di me. Null’altro. Eppure non riesco, guardandolo ora nell’impersonalità dell’invitato ripescato, a non vederlo indossare pantaloncini e calzettoni. Mentre, qualche mese fa, raccoglie la palla lasciata a centrocampo da Sergi Busquets, la spinge avanti come fosse salito su un tapirulan puntando solo la porta. Senza dribblare. Senza finte. Evitando di fretta i difensori come il residente consapevole in mezzo ai passi fragili dei turisti.

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MATTEO SARLO Ha scritto per diverse riviste filosofiche e di critica cinematografica. Ha pubblicato Passagi sul vuoto, un saggio sul concetto di «vuoto» in filosofia. Sta  traducendo dal tedesco il saggio di Emil Staiger Die Zeit als Einbildungskraft des Dichters