McDonald’s a piazzale Clodio e il Bartleby moderno

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di FEDERICO PACE

Per una serie di peripezie che possono capitare solo ai flâneur, mi sono ritrovato verso le 14 e 40 dentro il McDonald’s di piazzale Clodio, il fast food all’entrata della Città Giudiziaria. A due passi, due avvocati stavano appoggiati all’elaborata recinzione che delimita il marciapiede e discutevano di una sentenza. Parevano un po’ stanchi e tesi. Qualcosa non doveva essere andata come si aspettavano. Le borse pesanti, le voci arrochite, gli abiti di qualità, la calvizie incipiente.

Dentro al locale si mangiava quello che si poteva. Una delle inservienti ha fatto confusione con l’ordine. I panini sono in preparazione, “solo qualche istante”. Poi, qualche minuto dopo, è lei a chiamare per dire che l’ordine è sul tavolo. Ho cominciato a mangiare, il sapore ai primi morsi, pareva arrivare dall’universo dell’infanzia e in quegli iniziali istanti pareva quasi delizioso.

Mentre mangiavo, nel locale prendeva forma una sorta di rappresentazione umana della legge chimica della immiscibilità dei liquidi. Da un lato stavano gli avvocati, con la loro solitudine giuridica, gli impermeabili, le borse di pregio, gli orologi e le preoccupazioni. Dall’altra parte, si erano seduti gli studenti, le famiglie e le comitive di ragazzine con le grida improvvise, i sorrisi e l’irrequietezza febbrile.

A un certo punto un uomo distinto vestito con un completo grigio molto costoso, molto probabilmente un avvocato, si è alzato e ha attraversato il locale parlando a voce alta all’auricolare del cellulare. Non gli ho prestato particolare attenzione, ma a un certo punto l’uomo ha alzato talmente la voce che si è sentita chiaramente una frase, dalle mille possibili interpretazioni, “ma a me serviva vergine”. L’ha ripetuta un paio di volte, facendo avanti e indietro nel locale.

Più procedevo con i morsi, più il cibo entrava nel circolo del mio organismo, e più il sapore degradava assumendo toni acidi. Proprio in questi giorni Günter Wallraff, uno dei più grandi reporter europei, ha realizzato un’inchiesta sulle condizioni di lavoro e sulla qualità dei cibi utilizzati in Germania da Burger King, la grande catena di fast food che compete con McDonald’s. Cibi avariati, sporcizia, lavoratori sfruttati. Dopo l’inchiesta, due locali della catena hanno chiuso i battenti. Pochi giorni dopo, qualcuno ha messo in dubbio l’indipendenza di Wallraff, che pare abbia ricevuto dei gettoni di presenza da McDonald’s per parlare in alcuni loro forum.

Intanto, una delle inservienti si è messa a girare per i tavoli e s’è accorta, quasi con fastidio, che due ragazzini stavano ridendo. Sembrava rimugirarci sopra e a un certo punto li ha affrontati, dicendo: “Ma che ve’ ridete!”. I ragazzini dall’altopiano della loro innocenza hanno fanno per spiegarsi, e si sono quasi scusati: “No, no, mica di lei, ridevamo. E’ di quel tipo, che la voleva vergine, che ridevamo. Ma chi è che voleva vergine?”. La donna non ha dato segno di aver compreso o forse è rimasta convinta che la stessero ancora prendendo in giro e ha tirato via.

Il locale era quasi pieno pure quando erano già passate le 15 da un bel po’. A un certo punto le ragazze si sono alzate e hanno fatto per andarsene. E’ rimasta solo una compagna con tutti i vassoi in disordine sul tavolo. Una dalla cassa le ha gridato: “Chiama le tue amiche, mica si fa così, falle tornare a rimettere a posto i vassoi, siete delle incivili”. Le ragazze sono rientrate, richiamate dall’amica, e invece di intavolare una discussione o chissà cosa, in buon ordine hanno svuotato i vassoi nei cassonetti predisposti e se ne sono andate vociando tra loro.

Più di dieci anni fa George Ritzer scriveva che “i principi alla base della catena McDonald’s sono gli stessi che stanno pervadendo sempre più la società, fino a informare di sé la vita di ogni giorno e i rapporti tra le persone. Queste norme sono: efficienza, prevedibilità, calcolabilità, controllo attraverso alcune tecnologie sia dei gesti lavorativi dei dipendenti sia dei comportamenti dei clienti, per esempio indotti dall’organizzazione come dalle sedie scomode a mangiare, svuotare i vassoi e filare alla svelta.”

Sono passati solo degli istanti, quando un avvocato dai capelli tinti si è alzato con una certa apprensione e ha seguito con lo sguardo le ragazzine uscire fuori dal locale. Forse incantato da quella elettrica energia giovanile, è rimasto, come ipnotizzato, per degli attimi in piedi a cercarle ancora con lo sguardo al di là del riverbero dei vetri. Il vassoio sul tavolo era pieno di cartacce, bicchieri di plastica, resti di cibo, patatine e confezioni svuotate. L’uomo poi, si è come risvegliato dal suo sogno, ha preso i suoi incartamenti, indossato il cappotto e ha lasciato il vassoio sul tavolino, così com’era disordinato e pieno di cartacce. Subito dopo è uscito dal locale in gran fretta. Nessuno ha fatto a tempo a richiamarlo indietro. Tra me e il mio amico è cominciata allora una discussione su cosa abbia spinto quell’uomo a lasciare il vassoio sporco sul tavolo.

La sua era stata semplice dimenticanza? Era stato un gesto di alterigia e sufficienza tipica di chi non ha attenzione per niente che non siano i propri affari? O invece quel signore dai capelli tinti, e dalla vita trascorsa in chissà quale modo, aveva infine messo in atto un’azione di rivolta?

Alla fine anche noi abbiamo finito quel che avevamo pagato. Uscendo, dopo aver svuotato e rimessi al loro posto i vassoi, si è fatto avanti dentro la convinzione di avere assistito al gesto di un Bartleby moderno che, d’improvviso, quasi ispirato dall’ebbrezza delle giovani, ha deciso così, in un fast food di piazzale Clodio, di cominciare a pronunciare un silenzioso e inspiegabile “no”.

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Federico Pace è autore del libro Senza volo. Storie e luoghi per viaggiare con lentezza per Einaudi e della raccolta di racconti di viaggio “La libertà viaggia in treno” per Laterza. Facebook: https://www.facebook.com/senzavolo/, Twitter: @FedericoPace_