Mario Monicelli e l’Italia di miserabili e cialtroni

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di FEDERICO PACE

A dicembre saranno passati cinque anni dalla morte di Mario Monicelli. E ci manca l’irrequietezza sua, l’intelligenza, l’ironia e quel modo di raccontarci e svelare gli italiani senza alcun infingimento o forzatura. E’ inutile chiedersi cosa direbbe lui oggi di quel che accade oggi, di Beppe Grillo, di Matteo Renzi e della nuova miseria che dà la stessa rabbia di quella vecchia. Inutile chiedersi cosa direbbe dei ragazzi magrebini che si cuciono la bocca o del grande avvelenamento nella Terra dei Fuochi.

Inutile chiedersi oggi cosa direbbe Monicelli dell’arrendevolezza di molti di noi e dell’incapacità a trovare il gesto giusto per aiutare e cambiare davvero le cose. Il regista, in una delle sue ultime apparizioni pubbliche, disse che per cambiare l’Italia c’era bisogno di una “rivoluzione”. Molti reagirono con stupore e fastidio. Altri con entusiasmo. Ci fu chi usò per lui frasi offensive.

Mi capitò di andare a intervistare Mario Monicelli nel 2003. L’appuntamento con il regista era in una sua abitazione al Rione Monti. Eravamo in tre a comporre la piccola troupe. E tutti e tre eravamo rimasti per un po’ davanti al portoncino prima di citofonare. Quasi a celebrare un rito. Tanto era il rispetto per quell’uomo divenuto ossuto.

Poi alla fine, prendemmo coraggio, citofonammo. Rispose lui e ci aprì. Salimmo le scale e l’appartamento sembrava quello di un ragazzo che solo da qualche anno aveva lasciato la famiglia d’origine. Pure il suo abbigliamento faceva pensare a un giovane. Una camicia, un paio di jeans. Pure la frenesia che ebbe per tutta l’intervista, le mani sempre in movimento, più che all’età avanzata, per paradosso, facevano pensare alla necessità e alla voglia di vita degli adolescenti.

Provava fastidio a stare fermo, seduto su una poltrona a rispondere a domande che aveva ricevuto già infinite volte. Tra i tanti componenti di un nucleo familiare, lo avresti detto uno dei figli piccoli più intelligenti, quelli che durante i pranzi delle famiglie riunite nei giorni di festa, non riesce mai a stare fermo.

In questi giorni, dopo tutto il tempo che è trascorso da quello che è acccaduto, dalla scelta che Monicelli fece per andare via da questo mondo, in questi giorni di festa in cui ci si riunisce tra le persone care, in questi giorni in cui la pochezza della politica italiana, dell’impasse populista, pare rinfrancante andare a rivedere qualche frammento del materiale di quell’intervista.

Più ancora delle parole dette, a colpire fu il piglio arguto, lo sguardo di lince, la prontezza del pensiero. Di gran lunga superiore a quello dei suoi interlocutori. Quell’intervista l’ho rivista più volte e molte delle sue parole, inesorabilmente, oggi che lui non c’è più e che l’Italia sembra ancor più miserabile e cialtronesca, provocano ancor più rabbia.

Aveva parlato della guerra. Gli Stati Uniti, ai tempi di quell’intervista, avevano da poco invaso l’Iraq. Aveva parlato della guerra che aveva fatto: la seconda guerra mondiale. Era stato in Jugoslavia, a vedere i Titini e gli Ustascia che se le davano di santa ragione e non avevano neppure tempo per stare a dare la caccia agli italiani.

Disse tante cose, di come era uscito da quella guerra con un cambio d’abito quando era a Napoli. Aveva parlato della prima guerra mondiale. Quella che aveva raccontato nei film. Aveva detto delle storie che aveva sentito. Dal padre, prima di tutti. Dei giovani che allora venivano mandati senza alcuna preparazione, a una resa dei conti più grande di loro (“malnutriti, malvestiti, male equipaggiati, male armati e… mal guidati! Lì abbandonati in mezzo al fango e alla pioggia, in quelle condizioni per tre o quattro anni”).

Monicelli tre anni fa se ne è andato con un balzo nel vuoto, per affrontare il quesito più assurdo di tutti a cui l’uomo può trovarsi davanti, e ci ha lasciati qui, miserabili e cialtroni, con quell’altra domanda, più terrena e concreta, tra le mani: “Cosa si deve fare per cambiare l’Italia?”.

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Federico Pace è autore del libro Senza volo. Storie e luoghi per viaggiare con lentezza per Einaudi e della raccolta di racconti di viaggio “La libertà viaggia in treno” per Laterza. Facebook: https://www.facebook.com/senzavolo/, Twitter: @FedericoPace_