Mani pulite venti anni dopo, tangentopoli e la società civile

Milano-063

di ANTONIO CARBONE

“I partiti sono screditati, i cittadini cominciano a collegare i costi della crisi economica – il milione e mezzo e più di miliardi  del debito pubblico -, dei sacrifici fatti e subiti, delle imposte e delle tasse pagate, con le responsabilità del cattivo governo.” Sembrano parole di oggi, alla luce anche del grido d’allarme, l’ennesimo, lanciato ieri dalla Corte dei Conti sulla corruzione che dilaga. E invece sono state scritte vent’anni fa. Così Corrado Stajano si spiegava l’inizio di Tangentopoli.

17 febbraio 1992. Vent’anni sono passati, appunto. Sappiamo bene i fatti ma è giusto ricordarlo. Quel giorno il sostituto procuratore della Repubblica di Milano, Antonio Di Pietro, arrestò il flagranza di reato il presidente del Pio albergo Trivulzio, l’ingegnere Mario Chiesa, dirigente del Partito socialista, che nel suo studio aveva appena ricevuto dal responsabile di un’impresa di pulizie, sette milioni in biglietti da 100 000 lire. Una tangente per i lavori fatti alla Baggina, il ricovero dei vecchi milanesi. E’ l’inizio di mani pulite.

La memoria è ancora fresca. Vivide le immagini che da quel giorno, in televisione, si susseguirono a un ritmo incalzante per tutta la durata delle indagini, i numerosi rinvii a giudizio e lo svolgimento dei processi.  Ben presto il palazzo di Giustizia di Milano divenne un simbolo, un’icona, come lo era, e tutt’ora lo è, quello di Palermo. Almeno da quando cominciammo a seguire con apprensione l’arrivo sulla rampa, proprio davanti all’ingresso principale, dell’auto blindata da cui scendeva Giovanni Falcone, insieme agli uomini della sua scorta. E come non lo è mai diventato, purtroppo, quello di Roma o Napoli.

Ancora adesso muoversi all’interno di quegli edifici procura una certa emozione. Le rare volte in cui capita di passare in quei corridoi, che da allora ci sono familiari, ti senti orgoglioso. E, entrando negli uffici, nelle cancellerie, provi pure la sensazione che quello orgoglio sia condiviso anche da parte di chi ci lavora: impiegati, funzionari, pubblici ministeri, giudici, avvocati,  poliziotti e carabinieri distaccati presso le Procure.

L’austerità del luogo, la memoria di cui è intriso, ti impone anche un contegno. Quella luce che arriva dagli ampi lucernai nelle aule, così architettonicamente all’altezza della loro funzione, si riflette sulle pareti di marmo per poi cadere sulle teste delle persone, infondendo all’ambiente una rara aura civica. Chiunque vi entra, dall’astuto e navigato ex Presidente del Consiglio al “piccolo mariuolo”, l’avverte e ne è quasi intimidito.