Hamasei e il sapore di Norvegian Wood

img_5699

di MATTEO SARLO

Scendo dall’autobus al capolinea, piazza san Silvestro, e procedo verso via della Mercede. Il cielo azzurro impreziosisce le tinte dei palazzi e anche i movimenti dei miei passi sembrano avere un poco più senso in una giornata così. Sto per andare in uno dei migliori ristoranti giapponesi di Roma. L’ingresso è costituito da due arcate su un muro di mattoni aurei. La scritta “Hamasei” in alto. Poco sotto, dei caratteri giapponesi che non sono in grado di decifrare. Poco più su si legge “Achille Marconi Restauro”. Due ante di due finestre, tipiche dei palazzi romani, sembrano tendersi la mano, senza poter intrecciarne le dita.

Ogni volta che mangio giapponese a Roma mi ricordo della storia del pozzo di Naoko. Ad ogni nigiri che mando giù si consuma, nella mia mente, un passo di Watanabe e Naoko sul prato verde. Il sapore da estate del pesce crudo rinverdisce le pagine di Norwegian Wood, di Murakami Haruki, svecchiando l’aria di realtà dal quale proveniamo. “è davvero… davvero profondo. Però nessuno sa dove sia, la cosa sicura è che si trova da queste parti”. Dice lei, Naoko, con le mani nella giaccia.

Il pavimento nero lucido di dentro sradica la saggezza antica dei sampietrini di fuori. Subito sulla sinistra un bancone stile western, dove invece di appoggiare cinturoni e gomiti si poggiano bacchette e futomaki. Una ragazza orientale- camicia bianca e gilè nero- è pronta a fare strada verso il tavolo. Sembra voler calpestare il meno possibile il suolo. Il menù è molto articolato. Decido, alla fine, di prendere un sushi misto matsu e una porzione di uramaki al tonno e erba cipollina. La teiera bianca con decorazioni nere mi ricorda lo stupore del filosofo Alexandre Kojeve dopo aver visto il Giappone. Sosteneva che lì l’oblio di senso dell’uomo e della storia, di cui noi occidentali siamo vittime, è stato mitigato dalla forza del rito, in grado di preservare le vestigia dell’umano.

La geometria colorata dei pezzi mi induce a mangiare ogni frammento seguendo un ordine, una traiettoria precisa. Qui, ancor più che in altri ristoranti, la percepisco come una necessità. Ogni mio movimento è volto a non rompere la musicalità che sembrano emanare quei minuti blocchi di riso e pesce. E cerco di tracciare con le bacchette volatili linee che ben si accordino al contesto. Per non sgualcirne l’armonia. Inevitabilmente finisco sempre per consumare ogni residuo di stabilità e fermezza. Così come è arduo mantenere viva la potenza di qualcosa. La sua illusione. Poche ore dopo l’uscita già non ricordo più i dettagli di quel sapore, così come Watanabe, più tragicamente, sta dimenticando quelli del viso di Naoko.