Lo stato vegetativo degli alberi

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di ANTONIO CARBONE

Anche gli alberi si ammalano e talvolta non c’è altro rimedio che abbatterli. Come cavalli azzoppati. Con la differenza che rispetto ai cavalli, i tronchi degli alberi rimangono lì, per un tempo insospettabile, a testimonianza di una vita precedente che solo i frequentatori abitudinari di certe vie riescono a cogliere. Solo per costoro assumono l’aspetto di cippi sepolcrali.

Per lo più si tratta di platani. Sarà perché sono tanti. Furono introdotti in massa quando Roma divenne la capitale d’Italia secondo il gusto che imperava allora nelle altre città europee. Ma si ammalano anche i pini. Un po’ meno i lecci. Da qualche tempo anche le palme, per via del punteruolo rosso. Spesso invece le robinie, che apparentemente sembrano in buona salute, si rivelano pericolanti. Succede perché all’interno il legno tende facilmente a cariarsi. Sono tra gli alberi che una volta tagliati cambiano più facilmente destinazione d’uso. Perché invogliano chi ci passa accanto distrattamente a considerarli una sorta di cestino per i rifiuti.

A vederli dall’alto, invece, queste sezioni di tronco, danno l’idea di piccole cave di marmo. Le varie striature del legno, differenti per colore, sembrano stratificazioni di materiali rocciosi. Altri, soprattutto quelli più irregolari, già in parte marciti, dei vulcani spenti. Isole di basalto emerse da poco dal mare. Che cosa succede là sotto? Viene spontaneo chiederselo. Non si perde mai la speranza che prima o poi dalle radici arrivi un sussulto capace di risvegliare quell’ammasso di materia apparentemente priva di vita. A volta capita. E così di lato si vedono spuntare polloni, esageratamente lunghi e sottili. Non importa quanto dureranno e che non prenderanno mai la sembianza di un vero e proprio albero.