L’incerta profezia del terremoto a Roma

crepuscoloroma

di MATTEO SARLO

Mentre faccio colazione mancano più di 38 ore all’11 maggio. Data cruciale per la profezia dello pseudo-scienziato Raffaele Bendandi. Un terremoto dovrebbe colpire Roma e dintorni. L’evento dovrebbe essere causato dall’allineamento dei pianeti Mercurio, Venere e Giove che, insieme alla forza attrattiva del sole, sarebbero in grado di influire sulla composizione della crosta terrestre e sulle masse semiliquide.

Non sopporto l’idea di vedere i biscotti al latte decomporsi nel tè bollente così decido di mangiarli prima, aspettando l’infusione della miscela. Subito penso a un’amica, Martina. Si è laureata in storia, ed è forse questo il motivo per cui la chiamo sempre quando devo sapere il perché di qualche cosa, la sua origine e, così, essere rassicurato. Ora si è iscritta a psicologia. In più frequenta da anni corsi di astrologia, il che, ho sempre pensato, ha a che fare con la ciocca di capelli viola che le scende a tagliare la guancia sinistra.

Il telefono lo tengo poggiato sull’orecchio destro come un cuscino di notte, cercando di aderire bene alla rigidità di plastica dell’apparecchio. Per non distrarmi ed essere attento e, così, essere sicuro di riuscire a rispondere al pronto, dall’altro capo di un filo solo metaforico e linguistico. Ma non risponde nessuno a casa e mancano già due ore in meno, trentasei.

Esco di casa per raggiungere la biblioteca dove mi aspetta un compagno di studi. Resisto poco più di due ore quando, verso mezzogiorno, esco dal silenzio da obitorio e riprovo a chiamare Martina, questa volta sul cellullare. Irraggiungibile. Non lo sopporto quando fa così. Rientro nella biblioteca e rileggo per la terza volta le stesse righe che spiegano il rapporto tra il linguaggio e il fatto, nel Tractatus del Filosofo Ludwig Wittgenstein. Decido di interrompere l’afasia condivisa e bisbigliare al mio amico, “ ma dopodomani questo terremoto a Roma?” la sua risposta mi ha fatto sentire ridicolo per essermi preoccupato anche solo un poco: “è più facile che la Roma arriva quarta in campionato!” Decidiamo di studiare sino alle due per poi interrompere a pranzo. E rientrare verso le tre.

Quando usciamo dalla biblioteca mancano trentatre ore. Dalla biblioteca nazionale a casa decido di camminare. Il vento è forte e cerca di rallentarmi come, anche, spingermi sulla strada del ritorno. A casa prendo ancora in mano il telefono e riprovo. Al “pronto” della mia amica replico con un,“ Ma dove sei finita tutto il giorno!” subito, però, procedo ad una mini-presentazione, perché la voce non basta mai all’identificazione completa, “sono io” non basterà mai neppure per chi attende, rimanendo sempre parziale e monca e, così, incompiuta. Le chiedo cosa ne pensa lei del terremoto predetto, sia come storica sia come astrologa. La risposta è lapidaria, brachilogica, “ mi dispiace, sono un’astrologa non un’astronoma, non ti so dire molto, solo che si basa sull’influenza che i pianeti hanno sulla crosta terrestre”.

Ricordo come il mito greco antico, anche, narrava una relazione, simmetrica, tra Terra e Cielo; la credenza era che dapprima vi fosse un Chaos indistinto, Voragine, e che poi sia nata Gaia, la Terra, che vi opponeva distinzione e visibilità. Non unendosi a nessuno, Gaia, dal suo interno, produce Ouranos, il Cielo, e poi Pontos, tutte le acque e i fiumi. Urano non aveva altro scopo che coprire Gaia seminandola e generando, così, una prole di sei Titani e sei sorelle, le Titanidi. Il primo dei titani è Okeanos, Oceano. Il più giovane, Cronos.

Dopo aver riappeso il telefono, ancora solo metaforicamente e linguisticamente, mi siedo alla scrivania per provare a capire davvero. A mezzanotte e tre minuti, fuori dalla finestra, dietro lo schermo del computer vedo l’adimensionalità da matita a mine delle stelle nel cielo. Ripenso a Chaos, Gaia e Ouranos. All’enigma che il cielo continua, ancora oggi, a portare con sé. Sempre che abbia qualcosa di velato da smascherare e che non sia, più tragicamente, tutto davanti ai nostri occhi. Senza nulla da decifrare. Senza nulla da predire.