L’eredità di Berlinguer, il Pci e il desiderio di essere diversi

benigni

di ANTONIO CARBONE

Finché Berlinguer è stato in vita ha tenuto unito il partito come Tito la Jugoslavia. Pronuncia la frase guardando davanti a sé. Solo dopo si gira per valutare, compiaciuto, l’effetto su di me. Non oso fargli notare neppure che Tito era un dittatore, mi limito a dirgli che la diaspora del PCI era inevitabile con la caduta del muro di Berlino nel 1989. Cazzate! mi risponde per poi ripetermi la frase con un tono ancora più assertivo da cui ne ricavo che non è disposto in nessun modo a mettere in discussione il suo mito.

Il nostro desiderio non era quello di essere come tutti e la diversità doveva esprimersi con l’esempio, non semplicemente nelle intenzioni. La questione morale intendi? Esattamente. Questa è stata la modernità di Berlinguer, mi dice ancora anticipandomi nella prima obiezione che avrei voluto porgli: il confronto con Bettino Craxi e con la trasformazione dell’Italia che stava cominciando. L’anno in cui il segretario del più grande partito comunista dell’Occidente morì, il 1984, alla fine di quel tragico comizio a Padova che volle chiudere a tutti i costi, è pure l’anno in cui prende piede la televisione commerciale di Silvio Berlusconi.

Oggi passa l’idea che essere moderno vuol dire saper comunicare anche a costo di semplificare tutto. Essere moderno, invece, vuol dire saper interpretare la complessità. Questo è il punto. Altra frase assertiva. A proposito di questo, gli chiedo ancora, che giudizio dai della sua idea del compromesso storico? Hai colto il punto, mi risponde. Nel 1977, dopo la tragica esperienza di Allende in Cile del 1973, significava proporre una via d’uscita, considerato il particolare momento storico che si stava vivendo in l’Italia col terrorismo. Sperimentarlo adesso, con le larghe intese, vuol dire banalizzare la politica. Se non umiliarla addirittura, perché priva le persone di riconoscersi in un progetto e quindi di sentirsi rappresentati.

Non ci incontriamo spesso. Mediamente una volta l’anno, in coincidenza dell’inizio della primavera. Nel corso degli anni siamo passati dal “lei” al “tu” ma non siamo andati mai oltre. Ha continuato a parlarmi in maniera allusiva, ellittica. Lasciandomi intendere che sia più importante il non detto rispetto a ciò che, sempre controvoglia, mi racconta. E pure questa volta è rimasto coerentemente fermo nel suo atteggiamento. Se non mi trovassi seduto di fronte a lui, nel suo studio che si affaccia su un giardino oltre il quale si intravede una bella strada alberata, potrei sospettare di averlo solo immaginato un personaggio del genere. Buono per fare da controcanto ai miei dubbi. E invece è tutto vero: mi sono alzato stamattina con un bisogno smodato di qualcuno che mi aiutasse a  capire. Per questo motivo sono uscito presto di casa. Col 40 sono arrivato a largo Argentina e da lì con l’8 ho raggiunto il suo villino in zona Monteverde, più o meno all’altezza di piazza San Giovanni di Dio.

Capisco lo sdegno, un po’ meno la superbia, e capisco pure quanta fatica gli sia costato farsi da parte dopo una vita vissuta da protagonista. Ha ancora energie e si vede. Lo intuisco dalla passione con cui si prende cura del suo giardino. Potare gli alberi è l’attività che gli deve dare più soddisfazione. Ma anche piantarli. Un po’ meno innestarli e se ne rammarica. Si può innestare una quercia su un ulivo, avrei voglia di chiedergli ma ho poco tempo a disposizione e ho ancora una curiosità da soddisfare. Per questo, prima di accomiatarci, gli pongo la domanda che avrei voluto fargli all’inizio: Sei stato invitato all’anteprima del film di Walter Weltroni su Enrico Berlinguer? Sì, ma non ci sono andato, mi risponde questa volta con un sorriso affettuoso. In silenzio percorriamo gli ultimi metri del corridoio poi sull’uscio della porta, completa la frase: Ho preferito rivedere un vecchio film di Kurosawa. Ran. Non l’avevo più rivisto dalla prima volta, nel 1985. Ti ricordi di che parla? Vagamente. E’ una storia ispirata al Re Lear di Shakepeare. Parla di un vecchio signore che prima di morire ha deciso di dividere il suo patrimonio tra i tre figli. Naturalmente finisce in tragedia!