Le vie di Moro

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di ANTONIO CARBONE

Il tempo instabile di questi ultimi giorni accentua l’atmosfera metafisica che generalmente incombe su piazzale Aldo Moro. Mattina presto e tardo pomeriggio sono i momenti migliori. La luce cade tagliente sul travertino creando ombre vaste e dense. La mancanza si fa palpabile. Ognuno può vederci quello che vuole.

Per molti di coloro che erano degli adolescenti negli anni Settanta, la vicenda legata ad Aldo Moro si raggruma per lo più intorno a una serie di immagini in bianco e nero. Via Fani, innanzitutto. Via Gradoli, via Montalcini. Via Caetani. Nel corso del tempo sono state riproposte più volte in televisione. Osservati su una cartina, questi luoghi, non rivelano nessun disegno. Finendo per alimentare il mistero intorno a quella che è stata definita la più grande tragedia italiana del dopoguerra. Ma è giusto definirla così?

A pensarci bene tutta la vicenda, dal rapimento alla morte, non ha le caratteristiche classiche della tragedia. Sembra piuttosto configurarsi come una catastrofe. Come l’evento critico che arriva dopo una serie di perturbazioni di minore entità (lo stragismo) a sovvertire definitivamente l’equilibrio. Da allora, è stato detto più volte, l’Italia è cambiata radicalmente. Che cosa rimane di Moro? Poco, al di là delle tante vie, viali, corsi e  piazze  a lui dedicate.