Via del Mandrione e le nostre vite

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di MONICA PIETRANGELI

Fino a metà degli anni settanta lungo la via del Mandrione, sotto gli archi dell’acquedotto chiusi con mezzi di fortuna, vivevano comunità rom ma anche emigranti del sud Italia che arrivavano nella capitale in cerca di lavoro. Le spesse volte delle mura antiche offrivano riparo e calore; la terra, di là della strada senza asfalto, era suddivisa in piccoli orti e sul terrapieno di fronte alle mura nascevano baracche improvvisate. La storia di questo agglomerato urbano spontaneo era iniziata nel 1944, quando gli sfollati vi si erano rifugiati dopo il bombardamento di San Lorenzo.

“… Ricordo che un giorno passando per il Mandrione in macchina con due miei amici bolognesi, angosciati a quella vista, c’erano, davanti ai loro tuguri, a ruzzare sul fango lurido, dei ragazzini, dai due ai quattro o cinque anni… Correvano qua e là, senza le regole di un giuoco qualsiasi: si muovevano, si agitavano come se fossero ciechi, in quei pochi metri quadrati dov’erano nati e dove erano sempre rimasti, senza conoscere altro del mondo se non la cassettina dove dormivano e i due palmi di melma dove giocavano. Vedendoci passare con la macchina, uno, un maschietto, ormai ben piantato malgrado i suoi due o tre anni di età, si mise la manina sporca contro la bocca, e, di sua iniziativa tutto allegro e affettuoso ci mandò un bacetto. … La pura vitalità che è alla base di queste anime, vuol dire mescolanza di male allo stato puro e di bene allo stato puro: violenza e bontà, malvagità e innocenza, malgrado tutto.” (Pier Paolo Pasolini, Vie Nuove, maggio 1958)

Oggi il Mandrione è una strada di passaggio. Di quei rifugi sotto gli archi restano macchie sbiadite di intonaco, il terrapieno coperto da un prato incolto e, dietro le mura, uno spaccato di Roma grazioso e ordinato: campagna coltivata e piccole case, pochi passanti, silenzio. Di quelle vite di allora più nessuna traccia, se non nel ricordo di alcuni anziani abitanti. Altri luoghi accolgono i nuovi poveri della terra, altre baracche crescono senza ordine lungo gli argini del fiume o nelle parti più nascoste delle periferie romane. E oggi come allora nessuna scorciatoia repressiva è in grado di alleviare il dolore che quelle vite incarnano e che inevitabilmente si riversa nelle nostre.