Le Mura Aureliane e la rimozione di una ferita

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di FEDERICO PACE

Ci sono passato davanti quasi senza prestare attenzione. Andavo verso il Muro Torto, verso quella specie di forra etrusca che sta nel cuore di Roma e sfiora Villa Borghese. Ho gettato lo sguardo, subito dopo l’Arco di Sisto V, di fronte alla Caritas, e ho visto le Mura Aureliane quasi trasfigurate, trasformate in qualcosa di atemporale, quasi mutate nelle sembianze di un giocattolo o di una costruzione artificiale. Ricondotte e diminuite all’aspetto di una villa di Torvaianica, lì dove qualche figlio organizza le feste di sera, quando i genitori tornano a Roma, una di quelle ville con i mattoncini rossi, tutti perfetti e allineati.

Poi, in quel tratto di Mura, qualche giorno dopo, ci sono tornato di nuovo. Mi sono fermato a guardare il materiale utilizzato per la ricostruzione. Non so dire perché, ma mi è sembrato inadeguato, aggressivo, falso. Un artificio posticcio sulla pelle di un animale preistorico. Non posso dire perché, non ne ho le conoscenze, non sono un restauratore, si tratta solo di una sensazione. Mi sono chinato per guardare anche attraverso un buco della rete che gli operai hanno lasciato lì a protezione della loro area di lavoro.

Mi sono fermato a toccare il vecchio muro dove crescono le piante di capperi, dove le pietre sono annerite dallo smog, dove le piante insecchiscono diventando prima del color del rame e poi del grigio della cenere. Una parte delle Mura venne giù in una notte di novembre del 2007, un giovedì. Su viale Pretoriano. Vennero giù un po’ di metri di quella struttura che venne costruita in soli quattro anni, tra il 271 e il 275 d.c.. Da quel giorno di novembre di sette anni fa, è stato fatto molto poco. Qualche intervento a sostegno di quel che era pericolante. Poi, dopo tanti anni, questo nuovo volto. Questo artificio che spaesa.

Ho guardato verso l’alto, ho visto il cielo azzurro, fermo e immobile, neppure una nuvola. I clacson delle vetture al semaforo e alcuni ragazzi che passavano sotto i restaurati fornici chiedendo dove dovevano andare per arrivare a San Lorenzo, come se fosse una località balneare o un luogo di giochi. Una tenda azzurra piantata proprio sullo spicchio di verde che sta ad angolo. Chissà quale vita vi ha trovato rifugio.

Ho guardato ancora per capire. Ho seguito il filo della luce, che parte da terra, e arriva fino alla lampada che sta proprio lassù, dove si innalzano le mura, il filo che separa il nuovo manto e la vecchia pelle screziata. E la sensazione, dopo qualche giorno, è rimasta la stessa. Senza sapere bene perché, come un dispiacere, come di qualcosa che cancella un ricordo, come la rimozione di una ferita.

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Federico Pace è autore del libro Senza volo. Storie e luoghi per viaggiare con lentezza per Einaudi e della raccolta di racconti di viaggio “La libertà viaggia in treno” per Laterza. Facebook: https://www.facebook.com/senzavolo/, Twitter: @FedericoPace_