Le minicar a Roma e l’urto improvviso

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di MATTEO SARLO

Esco dal cinema. Siamo in due. Passeggiamo per le vie della città. Non c’è nessuno davanti al Fiamma. Tra piazza Esedra e via Veneto c’è solo il silenzio asfaltato della notte. Facciamo per attraversare, e raggiungere l’altra sponda. Una macchina sbuca da sinistra e ci sfiora. E poi scompare ancora. Non ho fatto a tempo a vedere chi fosse.

Li diresti dei biscotti di metallo nel traffico. Si muovono, cercandosi di mimetizzare con le altre vetture. Alla guida studenti di quindici, sedici anni. Cinque o quattro anni meno di me. Ricordo un mio amico infilato dentro una ” macchinetta”, nel parcheggio della stazione dietro scuola. Ricordo la sensazione di essere seduti là dentro. È come stare accovacciati sotto il tavolo da piccoli, per non farsi vedere.

Poi ci si muove. Ci si mischia nel traffico della città. Si sente che finalmente si è liberi da ogni vincolo: attese degli autobus, accompagno dei genitori. Persino ci si è liberati dal tempo dilatato dei piedi. È tutto più raggiungibile ora. È tutto più immediato. Forse anche la ragazza di quindici anni- Federica- morta all’Olgiata, XX municipio, l’ha pensato. Un bus per la scuola le si è precipitato contro. Non ha fatto a tempo a vedere chi fosse.