Lo stadio Olimpico e l’urlo che verrà

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di MATTEO SARLO

È fredda la sera a Roma. Il meteo annota una temperatura minima di zero gradi. Sul motorino l’aria taglia la bocca. Il pensiero di raggiungere lo stadio Olimpico dentro il casco. Qui devi venire per vedere una partita di calcio se sei a Roma. Stasera si gioca Roma-Milan. La via per lo stadio è piena di colori e clacson. Il lungo Tevere, prima della partita, è un groviglio di possibili spettatori. Le traiettorie dei motorini costruiscono labirinti tra le macchine. E più ci si avvicina e più si sente che la destinazione è quella comune.

Per entrare devi superare cancelli gialli prima e cancelli verdi poi, tornelli, infilarti attraverso porte. Guardi il biglietto dove stanno indicati il numero dei posti e dove sono posizionati: curva sud, curva nord, Tribuna Tevere, Tribuna Monte Mario. Sali la scalinata. Primo gradino. Secondo. Terzo. Ma è l’ultimo quello che conta, e lo sai. Quello che permette la vista a picco sul campo. Il rettangolo verde per il quale tutti ricordano la loro prima volta. La prima volta che l’ hanno visto. Si sgranano bene gli occhi e si cerca di aguzzare ogni senso. Da lassù appare perfetto. Ecco come ci riescono. Come Julio Sergio si tuffa sulla palla. Come Mirko Vucinic tira a giro sul “secondo”. Come Pizarro si avvita su se stesso, rendendo impossibile agli altri sottrarre il pallone. Tutto troppo facile con un campo così.

E poi c’è l’attesa per la partita. Ti siedi, trovato il posto, e aspetti. Fa freddo e ti rinchiudi nel giubbotto imbottito e guardi attorno. Tutte quelle persone reagiranno esattamente come te quando segnerà la squadra che sei venuto a vedere. Quasi recuperando gli indistinti riflessi dei bambini, senza pensare alzerai le braccia e urlerai.