Largo Anna Politkovskaja

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di ANTONIO CARBONE

Trovarlo non è stato facile. Del resto chi ricorda i viali, i larghi e le vie di un parco? Anche il vigile urbano che alla fine mi ha messo sulla buona strada, mi ha fatto notare che si tratta di una semplice targa. «La trova alla fine di quel sentiero.» «Alla fine di viale delle sorelle Brontë?» ho precisato. Si è limitato ad annuire. Era anche lui un po’ perplesso.

C’è da dire che l’idea lanciata da André Glucksmann era di tutt’altro tenore. Nei giorni successivi alla morte della giornalista russa, il filosofo francese propose ai sindaci di tutte le capitali europee di intitolare a lei le strade dove hanno sede le ambasciate di Russia. L’invito non fu raccolto. Probabilmente per evitare incidenti diplomatici ma anche perché non siamo nelle condizioni da dare lezioni a nessuno. La storia per la difesa della democrazia è del resto un lungo martirologio. Un filo sottile che arriva fino ai monaci buddisti che continuano a perdere la vita in Birmania. Noi ne sappiamo qualcosa con Falcone e Borsellino e non solo. Lo scrittore Roberto Saviano è tuttora costretto a girare con la scorta.

E allora accontentiamoci di un “largo Anna Politkovskaja” a villa Pamphili. Correndo anche il rischio che fra qualche anno i pochi che ci butteranno un occhio a questa targa, senza far caso alle date, potranno pensare che si tratti di una scrittrice russa della fine dell’Ottocento. Sarà il male minore. Anche perché non sfigurerebbe al cospetto di un Cechov o di un Tolstoj. Ci ha mostrato il vero volto della Russia di Putin, così come quelli ci hanno fatto conoscere la Russia degli Zar. «Io vivo la vita e scrivo di ciò che vedo» dice nell’introduzione al suo libro, la Politkovskaja. Tenera e durissima. E’ questo che la rendeva doppiamente scomoda.