L’Altra Verità di Ken Loach e la donna con la mano sugli occhi

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di MATTEO SARLO

Mentre mi avvicino mio padre è una linea sottile. È il giorno prima di Pasqua e più procedo avanti più la linea diventa minuziosa e si riempie di dettagli e accidenti prendendo forma, e smettendo di essere, così, una linea. Con alle spalle via Veneto, vedo, ora, i dettagli del giubbotto nero lungo a coprire le ginocchia e riconosco un uomo, più che un segmento; mio padre, davanti al cinema Fiamma. La sigaretta portata su alla bocca e poi giù, verso l’asfalto del marciapiede. I due biglietti in tasca. Mancano cinque minuti alle quattro e un quarto, orario del primo spettacolo. Sala uno. Titolo del film, L’altra verità.

Ken Loach, regista del film, porta sulla scena la morte, in Iraq, di Frankie, interpretato da John Bishop, un contractor, un mercenario, sulla Route Irish (da qui il titolo originale) a Baghdad, la disperazione della vedova Rachel, Andrea Lowe, e l’ossessione del suo migliore amico, Fergus, nel voler trovare una spiegazione diversa da quella ufficiale. Fergus, Mark Womack, inizia a gettare lo scandaglio, senza tregua, su quanto realmente avvenuto sulla Route Irish. La morte del suo amico non è stata casuale, ma voluta, non è stato un incidente, ma una scelta deliberata, non è stato fato, incontrollabile, ultramondano, “il posto sbagliato al momento sbagliato”, come gli viene detto dagli organizzatori della società che arruola i contractor, ma cruda, inaridita, terrena, ragione umana.

Nella sala le poche persone sono perlopiù sopra i sessanta. Forse, quelle che non hanno più la forza o la voglia di partire per il week-end di Pasqua o, quelle che ne conoscono davvero il significato storico e, così, perduto. Ad ogni scena di violenza, anche quando solo accennata, la donna vicino a me alzava una mano come chi simula la visiera di un cappello, per vedere all’ombra o, inspiegabilmente, più lontano. La mano, però, non la portava sulla fronte ma sugli occhi, mormorando bisbigli non udibili neppure da due poltrone di distanza. Forse una preghiera lillipuziana per redimere quegli uomini, seppure solo personaggi, seppure esistenti momentaneamente solo nella dimensione cinematografica, dal male che andavano compiendo. Ma nella rappresentazione di Loach sembra non esserci spazio per una qualsiasi redenzione, non un frammento di senso che venga a spiegare e, così, a salvarci. Al contrario, il mondo che il contractor Fergus disvela è il deserto irredento dell’economia. Dove i rapporti tra uomini non sono diretti, immediati, ma passano per qualcos’altro, mediati da qualcosa di esterno ad entrambi e che rende entrambi cose; il denaro.

Ma l’ossessione che ci racconta il regista inglese non è, forse, solo quella di un uomo di fronte ad un nucleo economico incontrollabile ma, anche, quella dell’uomo contro il divenire. In lotta contro la finitezza. In lotta contro il tempo che sempre scivola e non si lascia bloccare. Non una traccia di eternità, non una scheggia di assoluto.

Quando le luci si accendono e i titoli di coda scorrono bianchi sul telo nero mi accorgo che non c’è più la donna a due poltrone di distanza da me. Forse stanca di dover alzare la mano e, per precauzione, chiudere gli occhi.