L’addio al cinema Metropolitan di via del Corso

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di ANTONIO CARBONE

Moderno, Maestoso, Metropolitan… Chi avrebbe oggi il coraggio di aprire una sala cinematografica con un nome del genere? Quando capita a una di loro sembra ancora più crudele la chiusura. Sarà perché  per chi una volta arrivava in città col treno, quel nome, altisonante, era spesso il primo segnale di quel processo di emancipazione che lo attendeva: ferrovia, cinema, bagni pubblici, mendicanti e puttane. In un rito quasi di iniziazione verso l’urbanizzazione. Per questo la chiusura di una sala cinematografica non è mai solo un segno dei tempi e della tecnologia che avanza ma anche il sintomo di una regressione. Dalla cittadinanza, appunto, alla misera consolazione del virtuale cui a poco a poco ci stiamo tutti abituando, navigando su internet e scaricando film in solitudine con in più il timore di fare un’azione illegale, quindi da non-cittadino.

Confesso di non essere stato un assiduo frequentatore del Metropolitan. L’ultima volta risale a “Gran Torino” di Clint Eastwood. Che emozione sentire la sua voce, per quanto ne afferrassi solo poche parole. Eppure è uno di quei luoghi a cui mi sentivo legato. Il fatto di poter selezionare sul DVD l’opzione in lingua originale, non è la stessa cosa. Vuoi mettere la fruizione nel buio della sala con gli altri spettatori, spesso stranieri. Per la durata del film potevi provare la sensazione di essere in un’altra città. E alla fine del film, quando uscivi, ti veniva quasi ti apprezzare di più la familiarità con cui ogni cosa su via del Corso, ti attendeva. E adesso, appunto, che cosa ti attende? Nella riqualificazione dei centri storici c’è qualcosa di omologante a partire proprio dalla scelta dei materiali – gli stessi lampioncini, la stessa pavimentazione … –  fino al cambio di destinazione d’uso che si abbatte come una scure su ogni locale su cui i soliti hanno messo gli occhi da tempo. Per questo non ci possono consolare le parole di chi prova a rassicurarci sul futuro che attende adesso il Metropolitan. Nella migliore delle ipotesi sarà ridotto ad una angusta sala per far spazio a una nuova attività commerciale.

“Vogliono farci tornare all’Ottocento”. Per quanto possa sembrare irriverente accostare al cinema questa frase, pronunciata dal segretario della Fiom, Landini, a proposito della battaglia dei diritti in fabbrica,  invece spiega bene la minaccia che si cela dietro la scomparsa di ogni luogo della modernità. Ci vogliono far tornare a quando appunto non c’erano i cittadini, ma una moltitudine indistinta, con pochi diritti. Che per lo più si sentiva fortunata ad aver un lavoro e una casa e quel po’ di tempo libero lo passava a osservare vetrine, in cui era esposta roba per ricchi e persino a farsi una foto accanto a una bella auto di lusso per avere l’illusione momentanea di un possesso. O semplicemente di una vita più dignitosa.