La visione di Wang Shu e il materiale di risulta

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di ANTONIO CARBONE

“Nel disegnare una casa penso a qualcosa più vicina alla vita, che a un edificio”. Quando nel 1997 Wang Shu diede il nome di Amateur Architecture al suo studio, lo fece  per mettere in evidenza l’aspetto più spontaneo e sperimentale del suo lavoro, nei confronti di quell’approccio “professionale”, diffusamente inseguito in tutto il mondo, che si basa per lo più sulla conoscenza tecnologica anziché del sapere umanista. Quel sapere, appunto, che si nutre della rivisitazione della tradizione, del recupero dei materiali e delle pratiche costruttive e che l’Italia, almeno in teoria, dovrebbe offrire le occasioni migliori per svilupparsi.

Questo pomeriggio l’architetto cinese, vincitore del prestigioso premio Pritzker, terrà a Milano una conferenza in concomitanza dell’inaugurazione della mostra dedicata ai progettisti della Tongji University di Shangai. Qualche anticipazione è possibile apprenderla sul Corriere di oggi: “Ai giovani consiglio di prendere davvero coscienza della realtà che li circonda e non di ispirarsi ai modelli e alle soluzioni che arrivano dalle nuove tecnologie, rendering compreso. Altrimenti corrono il rischio di non avere futuro e di non darlo nemmeno alle loro città.”

Giovani a parte, il problema investe tutti. E non solo gli architetti. Che futuro avranno le città italiane – studiate in tutto il mondo – su cui quotidianamente studi professionali, professionisti della politica e della finanza provano a mettere le mani? A mano a mano che quella generazione di urbanisti e architetti – pensiamo a Italo Insolera – che, pur sconfitta riusciva ancora a animare il dibattito, sta venendo meno o si è trasformata in archistar – pensiamo a Renzo Piano – lo scenario si è appiattito. L’architettura è diventata completamente design, l’urbanistica una questione solo giuridica e politica e il sapere un decoro da applicare come uno stucco.

Quanto sarebbe utile, per esempio, a una città come Roma la visione di  Wang Shu? Forse nel tentativo di riguadagnare consenso, in previsione delle prossime elezioni amministrative, qualche candidato potrebbe essere persino tentato di affidargli un incarico. Ma è da ingenui continuare ad agire in questo modo. Ignorando che un approccio del genere non sia sufficientemente diffuso anche da noi. Il problema e’ che, marginalizzato dai professionisti, è stato ridotto a materiale di risulta e può solo esercitarsi sporadicamente. Fortunatamente però non perdendo ancora l’infantile gioia dei costruttori di castelli di sabbia.