La tregua tra Israele e Hamas e il sollievo della notte

Roma-21-novembre-2012-001

di ANTONIO CARBONE

Sulla mia scrivania il saggio di Alain Gresh, Israele, Palestina giace da anni. Non riesco mai a riporlo al suo posto. Puntualmente sono costretto a riprenderlo in mano per cercare di capire le origini di questo conflitto ma per quanto mi ostini a rileggerlo devo dire che non mi è molto d’aiuto. Sembra quasi ogni volta di ripetere il gioco dell’uovo e della gallina.  E tuttavia c’è un passaggio nel primo capitolo che mi ritorna in mente come un tarlo: “… L’incapacità delle grandi potenze europee dell’epoca di impedire questo crimine (l’Olocausto) hanno creato nelle opinioni pubbliche occidentali un complesso di colpa e una tendenza a favorire chi rivendica il ruolo di erede della storia e della memoria degli ebrei.”

Sotto al libro di Alain Gresh si nasconde quello di Samir Kassir,  L’infelicità araba.  In questo breve saggio l’intellettuale libanese che aveva ispirato nel 2005 il movimento di liberazione del Libano dalle truppe di occupazione siriane – impegno che pagò con la vita venendo assassinato il 2 giugno del 2005 in un attentato terroristico –  indica la strada per una nuova Rinascita che a suo dire può svilupparsi a condizione di farla finita con quella che lui appunto definisce l’infelicità araba e cioè quel sentimento di vittimismo che poggia sull’idea di un lutto non elaborato per una grandezza persa. Non è questa nuova prospettiva che ha alimentato le nuove generazioni protagoniste un anno fa della primavera araba? E se questa speranza, questi sforzi sono già stati vanificati non è perché si è fatto di tutto per far ripiombare quei popoli nell’infelicità?

Senso di colpa, infelicità. Rabbia, frustrazione. Eccessi di orgoglio. Egoismi. Ridotti all’osso alla fine anche i conflitti tra i popoli rispondono alle stesse dinamiche della vita delle persone. Sarà per questo che il Medio Oriente a volte appare come un grande condominio in cui gli inquilini sono sempre in lite forse più che per una causa giusta, per un bisogno di prefigurarsi di fronte a sé un nemico. L’immagine mi si presenta puntualmente davanti la mattina presto quando mi affaccio alla finestra. Quante meno luci noto già accese, più sono felice. E’ il segnale che tutti ancora riposano. In quello sguardo lanciato nella luce livida dell’alba mi godo il breve momento di pace.