La tragica morte del regista Theo Angelopoulos e l’inverno greco

Sabato-28-gennaio-2012-073

di ANTONIO CARBONE

Il regista greco, Theo Angelopoulos, è morto. Investito martedì mattina da un motociclista, non lontano dal porto del Pireo, mentre stava attraversando la strada per raggiungere il set del nuovo film a cui stava lavorando, “l’altro mare”. Aveva 77 anni essendo nato ad Atene nel 1935.

In Italia il naufragio della Costa crociera Concordia, in Grecia l’incidente mortale di Angelopoulos. Ora è persino facile intravedere in questa tragica morte un’altra metafora. E’ nei momenti difficili che si è più avidi di immagini che trasfigurando la realtà se non ci sono di sollievo quantomeno, si spera, possano darci la sensazione di partecipare ancora a una “storia epica”.

Questo è stato, si può dire, anche lo  sforzo di Angelopoulos. Uscivi dalla sala, dopo aver visto ogni suo film, con il piacere di aver riannodato il filo. Intravisto di nuovo l’origine. E per noi l’origine, come si sa, rimane sempre la Grecia. Quella Grecia che come come lui stesso aveva detto in più occasioni non è soltanto un Paese e un luogo fisico ma una condizione dell’anima. Una koinè.

L’essere contemporaneo di Angelopoulos consisteva proprio in questo: nel rivelare l’arcaico dietro ogni gesto, parola o immagine. Se le sue  scene raggiungevano sempre un certo grado di epicità era proprio in virtù di questo lavoro di scavo nel cercare di tenere insieme e connettere i pezzi di storia, come tessuti strappati. Non c’era niente di monumentale in lui. Non a caso prediligeva i toni crepuscolari e invernali. Come se i suoi protagonisti, al pari degli uomini di Nietzsche, anelassero soltanto a tramontare, per accelerare la fine. Affiché una nuova alba e una nuova primavera potessero quanto prima ricominciare. Quello che probabilmente desiderano pure molti suoi connazionali alle prese con la crisi economica. E perché no, persino noi che ce la passiamo un po’ meglio.

Di questo dobbiamo ringraziarlo. Lui come Tonino Guerra, il poeta di Santarcangelo di Romagna con cui ha scritto molte delle sceneggiature dei suoi film. Poi, certo, si può parlare delle sue qualità più strettamente cinematografiche. Terreno sul quale è facile dividersi tra chi amava la sua lentezza e chi mal la sopportava. Ma questo è il compito dei cinefili, razza rara oramai. L’importante è possedere ancora un po’ di quelle immagini-movimento che ci ha offerto: il paesaggio tra le nebbie, il viaggio a Citera, il volo, lo sguardo d’Ulisse, l’eternità e un giorno.