La Striscia di Gaza sui muri del Ghetto di Roma

ghetto

di ANTONIO CARBONE

A giudicare dalla fretta con cui molte persone si accingono a raggiungere i vari ristoranti, qui si deve mangiare davvero bene. Indugiando tra i vicoli più che altro si sente parlare di cibo. Del resto sono quasi le due e fra qualche minuto si può esser più che sicuri che anche qui scoccherà il solito coprifuoco per celebrare il rito del pranzo domenicale. Non a caso una donna anziana che mi passa vicino rassicura chi l’accompagna, dicendole che a casa gli è rimasta ancora della mozzarella sufficiente per preparare la pasta al forno.

E’ dalla bocca di  un bambino che, quando prendo una stradina che mi porta al Portico di Ottavia, sento pronunciare per la prima volta la parola “guerra”. Con il solito candore infantile dice che a chi la fa deve, evidentemente, far piacere. Non sembra cambiare idea neanche quando il padre, con tono ragionevole, cerca di spiegargli che è sempre sbagliato l’uso della violenza. Solo in un caso, precisa senza rendersi conto della contraddizione, lui sarebbe pronto a ricorrervi. E cioè se qualcuno osasse fare del male a lui o alla madre.

Continuo a girovagare non si sa bene alla ricerca di cosa. Anche perché più passa il tempo e più mi accorgo di essere rimasto da solo. A farmi compagnia solo turisti con a tracolla macchine fotografiche dotate di potenti teleobiettivi che tra questi vicoli stretti si rivelano inutili. Viene da chiedersi che cosa riescono a vedere puntandoli  su questi muri scrostati o gonfi di umidità. Bisogna aspettare, piuttosto, che siano raggiunti dai raggi del sole e osservarli da molto vicino per scorgerci dentro tutte le tonalità di terre neanche tanto lontane su cui con la solita puntualità è ritornato a scorrere il sangue.