La statua restaurata di Papa Wojtyla

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di ANTONIO CARBONE

Ora che all’esterno della stazione di Roma Termini è possibile vedere di nuovo la statua del papa – dopo che i lunghi  lavori di restauro per apportare le modifiche richieste ad unanimità sono durati mesi – passandoci vicino la mattina viene da chiedersi non tanto se sia migliorata nella forma e più riconoscibile nell’aspetto, quanto come relazionarsi ad essa. Dal momento infatti che continua a  imporsi per il suo ingombro, il problema rimane e quasi pone in secondo ordine il desiderio di chi l’ha donata, contribuire cioè a connotare spiritualmente uno degli approdi alla città.

Sono le conseguenze dei sigilli eccessivi. Appaiono più importanti di ciò che vorrebbero preservare, custodire. Come una pesante armatura, danno un’idea non tanto dell’impresa compiuta da chi l’indossa quanto del peso spropositato. Tale da immaginarselo in passato ancora più vulnerabile di fronte a nemici meno attrezzati ma sicuramente più agili. E’ proprio per questo motivo che non sembra che renda onore a papa Wojtyla.

Insomma fuor di metafora, per quanto rivista e riadattata, in questa statua rimane l’impronta di una gravità da controriforma. Più barocca del barocco. Spalle al sole nascente, non si capisce bene chi accoglie: se chi parte o chi arriva.