La scomparsa delle cabine telefoniche

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di FEDERICO PACE

Si direbbero i simboli inabitati di una società perduta. Stanno agli angoli delle strade. Ancora per poco. Poi spariranno anche loro. Vicino piazza Venezia o in periferia. Ovunque. Inutilizzate e sporche. Le cabine telefoniche, in quella sorta di “privatizzazione” della vita, o riconduzione agli spazi domestici di ogni gesto quotidiano, rimangono la traccia esplicita di un passato “all’aperto” ormai rimosso. Oggetti che in spazi pubblici si condividevano con gli altri. Entravi, parlavi e uscivi. Poi toccava ad un altro. E un altro ancora. Si usava lo stesso oggetto, lo stesso spazio. Ricordo la fila che la sera si formava davanti all’unica cabina in piazza quando si andava in vacanza in qualche paese sperduto.

Secondo le ultime cifre, in Italia, la principale compagnia telefonica ne conta 160 mila. Nel 2000 erano molte di più. Poco fuori le mura, a piazzale Appio ce n’è una con le bande rosse. All’interno qualche lattina. Tutti tirano dritto. Nessuno si ferma ed entra. Qualcuno, mentre cammina, parla al cellulare e nemmeno se ne accorge di questa struttura in dismissione. Sullo sfondo altre rovine. Più antiche. Poi un’altra, una struttura trasparente e stilizzata. Nessuno anche qui. Mentre attraverso via Labicana, squilla il piccolo cellulare, manufatto di una impresa norvegese, che porto in tasca in ogni istante. Non ne so più fare a meno. Nel traffico mi divincolo in una conversazione fatta di “dove sei?” e “ti chiamo appena arrivo”. Su via Cavour ce n’è una di quelle “leggere”. Solo una mosca sembra interessata a lei. In questi giorni ne sono scomparse alcune. Addetti di qualche istituzione le tagliano via di netto. Le strappano dal terreno. Così come il Comune sta facendo con gli alberi. Tanto che adesso,  al posto delle cabine, si può vedere una colata di cemento. E niente più. Le tolgono senza pensare neppure a cosa farne di questo spazio che era condiviso. In Spagna, anche loro alle prese con il dilemma, hanno scelto qualcosa di più sensato. Saranno convertite in postazioni per ricaricare le auto elettriche. Non mi dispiace. Forse perché sembra perpetuare la possibilità dell’uso condiviso di uno spazio pubblico. Forse perché anche in questo gesto si nasconde un germe che alimenta una qualche forma di comunità.

Le cabine telefoniche sono ruderi effimeri. Tra qualche anno non ce ne sarà neppure una. Mi dispiace un po’. Forse perché nella cabina telefonica c’era anche una specie di particolare intimità. Quando si chiamava qualcuno si provava una specie di ebbrezza. Perché, per le prime volte, si era fuori, si respirava una certa libertà, e allo stesso tempo si era al riparo. Così poteva accadere che ci si potesse confidare anche più del solito. Forse non è un caso che a me è capitato di pronunciare, proprio in una cabina, la frase di due parole che ci espone e cambia i destini. Alla fine meglio così. Meglio toglierle tutte. Mentre ne trovo un’altra in una strada secondaria finisco per chiedermi quale sarà il prossimo oggetto o luogo, che condividiamo con gli altri, destinato a scomparire. Una sala cinematografica sta a due passi da me. La saracinesca è tirata giù ed un cartello avverte dei lavori in corso.

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Federico Pace è autore del libro Senza volo. Storie e luoghi per viaggiare con lentezza per Einaudi e della raccolta di racconti di viaggio “La libertà viaggia in treno” per Laterza. Facebook: https://www.facebook.com/senzavolo/, Twitter: @FedericoPace_