La vita perduta all’incrocio tra i Prati Fiscali e via Cavriglia

lasuaprospettiva2

di CRISTINA FALOCI

La vedevo ogni giorno, regolarmente, mentre andavo al lavoro. Immancabile presenza a quell’angolo di strada col semaforo che era diventato la sua base. Faceva avanti e indietro tra le auto con il suo passo leggero e frettoloso in quell’area senza nome prima di largo Valtournanche, direzione Salaria, all’incrocio tra i Prati Fiscali e via Cavriglia. È frequente lì, per gli intasamenti sulla tangenziale, lo scorrimento lento delle macchine su tre corsie, talmente vicine che non ci si passa neanche con un motorino. Quando la vedevo pensavo sempre alla quantità di smog e di clacson che doveva mandare giù mentre vagava silenziosa tra i motori accesi delle macchine, bramose di scattare allo scoccare del verde. Mi era sempre sembrata diversa dalle altre persone che chiedono l’elemosina, aveva una discrezione, quasi un’eleganza che la distinguevano. Sembrava una suora laica ma poteva anche essere stata una ballerina o un’indovina.

“Ogni bene, che dio ti benedica”, mi diceva con un sorriso ogni volta che le mettevo in mano una moneta. Sarà per questo – per uno scaramantico bisogno di benedizione – che cercavo quasi sempre di lasciare qualcosa nel portafoglio per quell’appuntamento quotidiano. Non le ho mai chiesto nemmeno come si chiamava, volutamente: per pudore, ma anche per viltà, per non sentirmi troppo coinvolta. Sapere il suo nome sarebbe stato in qualche modo legarmi a lei, temevo che ascoltare la sua storia mi avrebbe spinta chissà dove. Poi per qualche giorno non l’ho vista più. Mi chiedevo dove fosse finita e, ingenuamente, ho pensato che magari anche lei si era presa una vacanza per stare per un po’ nel suo Paese, la Romania. Ero sicura che prima o poi sarebbe ricomparsa, lei, la regina dei Prati Fiscali. Romanticamente, non sapendo nulla, la immaginavo una principessa decaduta: nel volto aveva tratti signorili, anche se affaticati da tutto il sole, pioggia e vento che doveva aver preso nella vita. Negli ultimi tempi avevo temuto davvero di non vederla più, anche se questo poteva anche dire che aveva trovato un posto migliore.

Alla fine, il suo nome l’ho saputo lo stesso. Un mattino di fine agosto, a quello stesso angolo, al posto della sua figura longilinea vedo –  silhouette inequivocabile – una croce.  Ho delle macchine dietro, non posso rallentare, ma intercetto uno dei ragazzi indiani che vendono i giornali, chiedo notizie, mi basta dire “quella signora” indicando la croce, mi capisce al volo, sussurra desolato “signora investita”. Procedo verso la croce, rallento per vedere meglio la sua foto: è proprio lei, la sconosciuta dal passo frettoloso. Non abbastanza, evidentemente, da evitare il famelico agguato di una macchina impazzita. Sulla croce, due date: la vista mi si appanna, sono stordita, non riesco a focalizzarle. È l’anno di nascita che mi colpisce: Constantina Galiceanu (26/09/1967-27/06/2009 ). Dunque aveva 4 anni più di me, io che pensavo potesse essere quasi mia madre.