Peppino Impastato, se si insegnasse la bellezza e via Caetani a Roma

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di FEDERICO PACE

Sono giorni strani questi. Di luci e di ombre. Di pioggia e di sole. Ne succedono di cose. Il passato sembra riemergere continuamente, indigerito e non elaborato. Riaffiorano residui non degradabili, che danno al presente il sapore di un frutto non commestibile.

Le parole preziose di Peppino Impastato, vittima di mafia, sono state tagliuzzate, rieditate e relegate allo spazio dell’effimero in uno spot pubblicitario di un’azienda di occhiali (Glassing). In qualche modo abbellite e sistemate fuori dal tempo. Rese assolute, sciolte da ogni contesto. Quindi, banalizzate e depotenziate della loro forza provocatoria e ribelle.

Nello spot non ci sono tutte le parole e non sono nell’ordine da lui scritto, ce n’è solo una porzione e in alcuni casi i termini sono stati cambiati di posizione. Inutile dire che la famiglia ha reagito con fastidio. Il fratello Giovanni ha descritto il video come offensivo e ha chiarito che “Peppino non può essere utilizzato per una pubblicità, come testimonial che invita ad acquistare qualcosa”.

Le parole dell’esortazione alla bellezza di Impastato sono quelle che spesso si pronunciano quando ci si riferisce a lui, negli spazi meno ampi della pubblicità, tra la gente che lo ricorda e che cerca di rinnovarne i gesti. Parole che hanno un senso, forte e deciso, sole se esse restano legate, strette come pugni, al contesto in cui sono cresciute, solo se restano legate a quel petto asciutto, d’uccello, di Peppino Impastato e ai reati che vedeva compiere davanti ai propri occhi. Se restano legate alla rabbia che gli cresceva dentro e che gli faceva fiorire quella speciale e irrituale ironia (ascolta uno dei discorsi di Peppino Impastato a Radio Aut).

“Se si insegnasse la bellezza alla gente – diceva mentre molti lo attaccavano e rendevano difficile la sua sopravvivenza fino alla capitolazione finale – la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà. All’esistenza di orrendi palazzi sorti all’improvviso, con tutto il loro squallore, da operazioni speculative, ci si abitua con pronta facilità, si mettono le tendine alle finestre, le piante sul davanzale, e presto ci si dimentica di come erano quei luoghi prima, ed ogni cosa, per il solo fatto che è così, pare dover essere così da sempre e per sempre. È per questo che bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore”.

Sono parole che devono essere pronunciate solo se si ha chiaro da cosa scaturiscono e se se si legano a tutto quello che è successo in Sicilia. Peppino Impastato venne ucciso il 9 maggio del 1978, non un giorno qualsiasi, lo stesso giorno in cui venne ritrovato, dentro una Renault 4 rossa, in via Caetani a Roma il cadavere di Aldo Moro, lo statista democristiano che si stava provando a compiere l’avvicinamento al Partito Comunista Italiano, l’altra forza politica che rappresentava tanta gente.

I residui non digeriti continuano a riemergere. Proprio in questi giorni è morto Filippo Bartoli, il proprietario della Renault 4 rossa dove venne ritrovato il cadavere di Aldo Moro in quel giorno cruciale. Gli era stata rubata qualche mese prima e dovette faticare non poco per dimostrare che non c’entrasse nulla con quell’orribile delitto. Pochi mesi fa Vitantonio Raso, l’artificiere che intervenne il 9 maggio 1978 e visionò per primo la vettura, in un’intervista all’Ansa ha raccontato che Cossiga, allora ministro degli Interni, era già presente su via Caetani prima ancora che si scoprisse che dentro c’era il cadavere di Aldo Moro. Nessuno sa bene il perché. Cossiga sapeva già che lì dentro c’era il corpo di Moro piegato in quella posa orribile?

Oggi le carrozzerie delle vetture parcheggiate in via Caetani sembrano ricoperte dalla coltre del tempo. Polvere, guano e macchie essiccate sulla vernice. Chissà da quanto tempo sono ferme su questa strada così straniante. Il silenzio della città nei giorni di festa arriva fino a qui, ma è umido e nero. I gabbiani volano in alto, si sentono i loro disperati richiami di fame. In terra, la piuma bianca di un uccello. Mossa dal vento, s’agita tremula tra la carta straccia e i mozziconi di sigaretta.

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Federico Pace è autore del libro Senza volo. Storie e luoghi per viaggiare con lentezza per Einaudi e della raccolta di racconti di viaggio “La libertà viaggia in treno” per Laterza. Facebook: https://www.facebook.com/senzavolo/, Twitter: @FedericoPace_