La passeggiata al parco degli Scipioni e il ricordo di Jolena Baldini

appio_latino_014

di ALESSANDRA OTTAVIANI

Esce dal palazzo di piazza Galeria, volta a destra su via Latina. Leggera, spedita e forastica arriva fino alle Mura Aureliane, passa sotto Porta Latina e subito a sinista entra nel parco degli Scipioni. Qui il suo passo si fa placido e attento, va sull’erba, sul terreno soffice che sa di campagna, all’ombra dei pini alti e magri. Da casa sua saranno 500 metri, 5 minuti il tempo che c’impiega. Forse un po’ di più per via dell’età. La immagino così, impegnata in una delle due cose che non mancavano mai nella sua giornata, come mi disse tanto tempo fa: camminare sull’erba. L’altra era scrivere qualcosa sul quaderno, anche solo un aggettivo, magari quello esatto per descrivere la fine dell’estate a Roma. Scrivere per Jolena Baldini, alias Berenice, era il mestiere amatissimo, giornalista dal 1948 a Paese Sera, ma prendere appunti ogni laico giorno aveva a che fare col desiderio tenace e gentile di non perdere nemmeno una sillaba di ciò che vedeva e sentiva nella sua Roma, città acquisita. Camminare su un prato, anche quello dell’aiuola in cortile, era invece il suo modo letterale di stare con i piedi per terra, su una terra morbida e lavorata che la riportava al mondo contadino conosciuto nel paese toscano dov’era nata nel 1921, Montepiano di Vernio, e mai scordato.

Da giovedì 3 settembre Jolena non c’è più. Ha chiuso gli occhi per dormire e poi nella notte per sempre. Era nel suo appartamento del quartiere Appio Latino. Un appartamento fatto di quadri, di servizi da tè timbrati URSS,  di bambole d’epoca con i dentini, di libri e cataloghi d’arte; risonante di un passato pieno d’incontri e telefonate con i protagonisti della cultura della seconda metà del Novecento, da Eugenio Montale a Renzo Vespignani, da Anna Magnani a Giorgio De Chirico, da Pier Paolo Pasolini a Renato Guttuso. Jolena ha passato molto del suo tempo al telefono, anche al giornale: sotto il titolo della storica rubrica d’arte e cronaca mondana Settevolante c’era il numero di redazione al quale contattarla. Pittori esordienti e galleristi, ma anche editori, scrittori e artisti noti chiamavano col cuore in gola la giornalista contraddistinta dalla treccia disegnata  da Guttuso. Foto di lei quasi non esistevano, come oggi credo, nonostante Guido, suo primogenito, sia un fotografo.

Giovedì 3 settembre, l’ultimo giorno di vita di Jolena, la città era calma e l’aria tenera: traffico sparpagliato, qualcuno fuori dalla gelateria all’angolo, la luce aranciata nella prima fascia di cielo e sotto i lampioni, Il Tevere d’oro, proprio come il titolo del romanzo pubblicato da Jolena nel 1994. Negli ultimi tempi le sue passeggiate s’erano interrotte: più niente, né nel parco degli Scipioni, né in cortile. La scrittura no, quella aveva camminato lo stesso grazie a Jacopo, il secondogenito, che ha raccolto l’autobiografia della piccola madre dalla treccia lunga sul cuscino. “Sentirsi in questa Roma come i cristiani dovrebbero sentirsi in questo mondo: di passaggio”. Lo diceva un personaggio del Tevere d’oro. Chissà se per Jolena è stato così.