La panchina, le persone e il mistero del viaggiatore

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di ANTONIO CARBONE

Su quella stessa panchina ci ho visto sedute tante altre persone ma nessuna mi ha incuriosito come lui. O almeno, non fino al punto di fermarmi a parlarci. La conversazione non durò molto anche perché era difficile comprendersi. Lui si esprimeva in tedesco e io di questa lingua conosco solo alcune parole legate per lo più alla filosofia: erlebnis (esperienza vissuta), dasein (esistenza), zeit (tempo), sorge (cura)…

Dal modo in cui era vestito, dagli occhialini, i capelli e la barba, non fu difficile però immaginarmelo come un viaggiatore. Uno svizzero o un tedesco dotato della giusta dose di curiosità e di sicurezza in se stesso da invogliarlo sin da ragazzo ad abbandonare la propria casa e, di conseguenza, a imparare in fretta a cavarsela da solo. Di quali altre doti ha bisogno un viaggiatore? Forse anche di un po’ di inquietudine per alimentare il desiderio di movimento.

Che ci faccio qui? L’espressione che ci leggevo sul volto però era diversa. Era piuttosto quella di un sollievo profondo, anche se momentaneo. A che cosa fosse dovuta la stanchezza resta un mistero. E del resto la sua aura si avvaleva proprio di questo. Così come della capacità di attraversare confini, portandosi dietro solo uno zaino con su appeso un orsacchiotto di peluche come amuleto.