Wim Wenders a Villa Panza e il destino della fotografia

Ground-zero

di ANTONIO CARBONE

E’ una giornata brumosa oggi a Varese. Il sole praticamente non si vede. Avere lo sguardo verso l’alto o verso il basso è indifferente. Da piazza Cacciatori delle Alpi prendo la strada in salita per la necessità di aprirmi in fretta una fuga. Ma in realtà ho in mente un approdo sicuro: Villa Panza dove è in corso la mostra fotografica di Wim Wenders. Si tratta di 34 immagini quasi tutte a colori, molte di grandi dimensioni, realizzate negli Stati Uniti dalla fine degli anni Settanta al 2003. Alcune delle quali erano già state esposte in una precedente mostra a Roma alle Scuderie del Quirinale nel 2006. Nove anni, dunque, sono passati e sono ancora qui a inseguirlo.

Per quelli come me che sin da ragazzi sono stati presi all’amo dalla fotografia e poi dal cinema, il regista tedesco rappresenta una sorta di maestro vicino e nello stesso tempo inavvicinabile. Ricordo bene i suoi primi film visti al cinema Astra a Napoli – erano i tempi di “Falso Movimento” di Mario Martone – e poi nell’84, “Paris Texas” al President a Milano. Era bello uscire dalla sala provando un senso di ammirazione. Che c’è di meglio del puro piacere procurato dal sentimento di ammirazione? E anche oggi, di fronte a queste fotografie, il piacere si rinnova. Ripristinando un dialogo segreto con chi le ha realizzate.

A sera tardi di ritorno in treno, verso Roma, sfoglio il catalogo. Leggo l’intervista che Francesco Zanot gli ha fatto. La risposta all’ultima domanda mi sembra far chiarezza non solo sul suo modo di intendere la fotografia, ma sulla fotografia in generale. Partendo dai suoi primi soggetti  – cimiteri, case fantasma, muri sbrecciati, luoghi deserti… – e che in qualche modo anticipano le foto scattate a Ground Zero, l’intervistatore gli chiede perché ha scelto di utilizzare la fotografia per documentare la fine di molte cose. E se crede che questa sia la natura (o il destino) di questo mezzo: immortalare…

Ecco la risposta di Wenders:

Direi diversamente: testimoniare il tempo. Forse è la stessa cosa… Ma c’era qualcosa altro in quel desiderio di fotografare Ground Zero. Una sensazione di impotenza. Tutti avevamo visto le torri cadere, aggrappati ai televisori, senza riuscire a credere ai nostri occhi. In realtà, dopo qualche giorno, desiderai di non aver mai visto nulla di simile! Avrei voluto cancellare quelle immagini. Ma non potevo. Nessuno poteva. Avevano letteralmente invaso la nostra coscienza. Per quanto mi riguarda, avevo gli incubi e mi svegliavo madido di sudore freddo. Mi sentivo come se avessi preso un brutto virus da cui non riuscivo a guarire. Così andai New York, convinto che avrei potuto curare questa malattia solo vedendo le cose con i miei occhi.

All’epoca nessuno poteva più accedere a Ground Zero. L’intersa zona era off-limits per i fotografi. Il sindaco di New York aveva autorizzato un solo fotografo, Joel Meyerowitz, a recarsi sul posto in veste di testimone ufficiale, e Joel ci andava ogni giorno. Essere presente e seguire i lavori era per lui un preciso dovere. Joel fu molto generoso e un giorno mi portò con sé. Fece una fotocopia del suo permesso in cui mi inserì come “assistente”. Andammo a Ground Zero il mattino presto e ci restammo diverse ore. Joel conosceva ogni vigile del fuoco per nome. Ce n’erano molti che lavoravano lì, spalando macerie e soprattutto cercando resti umani. Era un enorme cimitero. Al centro il terreno fumava ancora. C’era un odore terribile, pungente. Tutti lavoravano in silenzio, con il viso coperto da una maschera. C’era una sensazione di grande dolore e serenità. Ogni tanto si sentiva un segnale , una sirena che annunciava il ritrovamento di qualcosa da parte di una delle tante squadre. La gente si toglieva il cappello e c’era un momento di silenzio assoluto, poi tutti si rimettevano al lavoro in quell’inferno. Enormi camion spruzzavano acqua per evitare che polvere si alzasse e volasse ovunque. Joel ed io continuammo a fotografare anche nel silenzio senza scambiarci una parola. Avevo portato la mia macchina panoramica, per essere in grado di cogliere l’ampiezza del luogo, e la natura stessa delle foto che scattavamo ci costringeva a rivolgere lo sguardo soprattutto verso il basso.

All’improvviso vidi una luce diversa splendere attraverso la polvere e il fumo. Sollevai lo sguardo e mi resi conto che il riflesso del sole aveva immerso per qualche istante Ground Zero in una luce accecante. Era ancora mattina, e fino a quel momento i grattacieli avevano impedito ai raggi del sole di illuminare direttamente lo spazio rado di Ground Zero. Ma adesso gli edifici circostanti contribuivano a deviare la luce. Anche gli operai lo notarono. Vidi Joel guardare verso l’alto, incredulo, borbottando di non aver mai visto nulla di simile in tutti i suoi giorni “di servizio”. Non durò a lungo, e il sole scomparve di nuovo. Ma in quei momenti, nelle poche foto scattate con quella luce, mi sembrò di essere il testimone di un messaggio che il luogo ci consegnava.