Rodin, il Bacio, Francesca da Rimini e il corpo

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di FEDERICO PACE

Andare alla mostra di Auguste Rodin alla Terme di Diocleziano è come andare a un incontro con il Minotauro. Non compri semplicemente i biglietti e entri dentro le sale per guardare quel che lo scultore ha prodotto e uscirne come eri prima: il cielo, il libro sotto al braccio, le automobili, i passanti e la cena da preparare. Tutt’altro. Andare alla mostra di Rodin è come entrare in un labirinto di cui non conosci il percorso e non hai idea di quale sarà lo stato d’animo con cui ne uscirai, se mai riuscirai a venirne fuori. A attenderti ci sono le opere d’arte, ecco, e lì dove ci sono le opere d’arte, c’è anche l’artista, il genio, che non può che toccarti, contagiarti, trasformarti e liberarti.

Alla biglietteria un uomo sulla sessantina sembra consapevole di quel che potrà accadere e pare voler perdere tempo. Prima di comperare il suo tagliando continua a fare domande alla bigliettaia. Tira fuori un passaporto e parla delle sue origini francesi. Il dialogo pare surreale, lui è sordo e lei è quasi afona. In più, i due sono separati da uno spesso vetro, quasi un acquario. Si chinano entrambi verso la fenditura in fondo dove passano i biglietti e le monete, e sembrano cercare aria, quasi baciarsi, quando si avvicinano a turno per domandare e rispondere. Il rito dei due, dura un’infinità, o almeno così sembra.

Al termine, quando tutti riusciamo a entrare, passiamo un paio di sale, poi quasi ci si perde. Qualcuno va dritto, passa un tornello, sbaglia strada e si inoltra verso un corridoio silenzioso. Altri, insieme a me, tornano nel giardino delle Terme di Diocleziano e si avviano verso un’altra entrata. Poi una grande sala, e infine verso sinistra, una luce: laggiù ha inizio la mostra-labirinto.

Proprio lì, di fronte a noi, stanno maestosamente stretti in un abbraccio i due amanti de Il bacio. La fede, l’Amore profondo, Francesca da Rimini e Paolo. Tanti i nomi. Ma due i corpi, stretti, avvinti, come fossero carne.

Appare davanti agli occhi, ancora una volta, il paradosso del marmo, gelido e bianco, eppure così capace, come nessun altro materiale di ricreare un corpo, di dare vita e sensualità a un gesto, a un muscolo, a una torsione, a un abbraccio.

Un braccio che si tende, le gambe che si inclinano, il busto che si torce o la testa che si piega. Nelle conversazioni che Rodin ebbe con Paul Gsell, lo scultore confessa di indicare ai suoi modelli solo una posizione, “io gliela indico, ma evito accuratamente di toccarlo per metterlo in quella posa, perché voglio rappresentare solo ciò che la realtà mi offre spontaneamente”.

Gsell racconta di come al Deposito dei Marmi a Parigi, che ora non c’è più, Rodin si circondasse di modelli, uomini e donne, nudi, solo per familiarizzare con il corpo, con l’espressività del corpo, per averne un’intima conoscenza. Solo quando infatti, una o uno di loro, compiva un gesto che lo colpiva espressivamente, allora prendeva rapidamente la sua argilla e ne creava un bozzetto.

Si può girare intorno ai due che si stringono, e loro due, restano lì, nella stessa posa tesa, piena di energia e potenza. Come se nulla fosse. Quasi noi, meno reali di loro due, delle loro gambe intrecciate, del loro amore assoluto, della loro bramosia. Le loro labbra neppure si vedono, forse neppure si baciano, eppure…

Più in là le altre opere. Meno importanti, meno imponenti, meno complete. Colpiscono i volti. I visi mettono paura nella loro apparenza fantasmatica. Si direbbe quasi che nel volto, il marmo receda alla natura impaurente della cera. Sembra muta e evanescente, materia dei sogni e dei morti. Questa volta, noi che guardiamo siamo più vivi, molto più vivi, e ne fuggiamo un poco.

Giriamo ancora, fino all’ultima sala. Lì c’è un uomo seduto. Stanco e con una macchina fotografica. Pare interrogarsi su quel che ha veduto. Sul significato dell’arte, sul senso delle opere incompiute di Rodin. Forse è solo stanco per il lungo viaggio che ha dovuto compiere per arrivare fino a Roma. O forse la fatica è dovuta a una malattia che lo rode e non lo lascia, impietosamente, neppure oggi che è nel labirinto di Rodin. Poi si è avvicinata la moglie e si è messa a parlare piano, sottovoce, tanto che quasi non si capiva se erano spagnoli, catalani, ciprioti, greci o chissà cosa. Lei si è fatta sempre più vicina, forse perché sa, più di ogni altro, le ragioni di quella stanchezza dell’uomo.

Parlano fitto, e noi quasi sviamo per evitare di ascoltarli, eppure non ci sfugge che lei si fa sempre più vicina, mentre lui continua a sussurrarle qualcosa. Sono, e siamo, lontanissimi dalla stanza dove gli amanti di Rodin stanno stretti nel loro eterno intreccio, eppure, quando la donna ha alzato il braccio per avvicinare a sé l’uomo invecchiato e stanco, e poi quando anche lui si è avvicinato e ha inarcato quasi il torso per accoglierla e stringerla, Francesca e Paolo, non sono sembrati più i nomi di due statue, di due personaggi, ma quelli di due turisti arrivati fino a qui per dare conforto a un patimento che non sappiamo e per dare forma ancora una volta al più insondabile dei sentimenti.

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Federico Pace è autore del libro Senza volo. Storie e luoghi per viaggiare con lentezza per Einaudi e della raccolta di racconti di viaggio “La libertà viaggia in treno” per Laterza. Facebook: https://www.facebook.com/senzavolo/, Twitter: @FedericoPace_