La Metro C e il vento che non si ferma più

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di FEDERICO PACE

E’ successo l’altra sera. Sono passato all’angolo tra via La Spezia e via Foligno, lì dove il grande scenario immobile e senza fine dei lavori in corso della Metro C raggiunge il suo apice. Lassù, fino quasi a piazza Lodi. Tirava un vento freddo e indiavolato. I due gestori della pescheria stavano lì a guardarsi l’un l’altro, senza clienti, nel biancore dei marmi e nell’umidità silenziosa dei pesci. Irrigiditi pure loro.

Tutto d’un tratto mi sono voltato e ho visto, per la prima volta, abbozzata, l’entrata della metro che verrà. Il primo vero segno di un’opera pubblica che a Roma stiamo aspettando da un tempo infinito. Mi sono fermato a rimirare quell’imboccatura, le pareti verticali, la discesa verso le interiora della metropolitana e una luce a neon fortissima. Sono rimasto quasi imbambolato per la sorpresa di vedere alla fine qualcosa di reale e tangibile.

Dopo tutto quello che è successo, dopo tutti gli anni di lamiere messe a nascondere ogni cosa. Dopo i subappalti, i rinvii, i costi lievitati, l’inesorabile opaca relazione tra imprese e politici. Non so neppure se la Metro C sia tra le seicento opere che sono state mappate dal ministero delle Infrastrutture e dei trasporti. Opere che nel complesso sono costate o costeranno 4,1 miliardi di euro.

Quell’antro apparentemente aperto pareva un invito, un segnale, un richiamo a farsi avanti, a superare le strutture di recinzione e saltar dentro. Infilarsi nella metro e cominciare un viaggio in uno spazio a metà tra il surreale e il concreto. Stavo così, quando una signora con delle buste, che forse correva a casa a far da mangiare ai figli, mi è quasi venuta addosso imprecando. Nonostante la botta, il colpo e le maledizioni che mi ha lanciato contro, ho fatto finto di nulla. La scia del borbottio della donna si è allungata nel buio e verso i palazzoni di via Camerino. Le stanze degli appartamenti nei palazzi che si illuminavano piano piano che la gente rientrava in casa e l’odore speziato di un cous cous che arrivava dalle finestre dei seminterrati.

Due ragazze straniere, che si dovevano essere perdute per capitare lì, in quello spazio così surreale, si sono messe a chiedermi delle indicazioni sul “Coliseo”, con il fascino esotico di chi parla un’altra lingua che non conosci e che ti guarda con gli occhi di chi ha visto un altrove misterioso. Ho provato, sotto la luce a neon, a pronunciare qualche parola in inglese, ma loro non capivano nulla. Sorridevano e continuavano a domandarmi qualcosa e io capivo solo “Coliseo”. Allora ho indicato con le braccia, come avrebbe fatto chiunque e loro hanno sorriso quasi sollevate, come se avessero compreso o gli fosse bastato quel gesto tutto italiano. Vai, vai, vai sempre avanti, verso laggiù.

E loro sono andate. Ho visto le loro spalle rimpicciolirsi lungo via La Spezia deturpata dai lavori in corso, denudata dagli alberi che le vennero tolti quando cominciarono a trivellare. Ho visto le loro spalle quasi svanire nelle luci giallastre artificiali e notturne. Quando le ho definitivamente perse di vista, la pescheria era già chiusa e il vento era ancora più freddo. Pure i due erano fuggiti, a casa o chissà dove, lasciandomi in compagnia solo di un gabbiano alla ricerca del pasto serale.

Ho dato di nuovo uno sguardo al ventre della metropolitana che s’apriva davanti ai miei occhi. La gioia di prima era svanita, e c’era una specie di malinconia che pareva crescere dentro come un albero che cresce dentro una casa disabitata. Una malinconia incomprensibile per un’opera che si stava concludendo, nonostante tutto. Avrei dovuto essere ancora felice. Chissà quanti erano quelli che stanno ancora aspettando che accada, compresi i negozianti che nel frattempo hanno affittato i loro locali o hanno addirittura chiuso, stremati da quelle gru irridenti e inconcludenti che hanno cacciato pure l’ultimo cliente. Eppure non me ne rallegravo. E non capivo il perché.

C’era il vento e c’ero io, e c’era quello che non riuscivo a spiegarmi. Un acre sapore che cominciavo a sentire in bocca. Il gabbiano lanciava il suo grido e stava poggiato con le palme sul cofano di una vettura azzurra e quasi mi guardava, incuriosito forse di me, quasi quanto io di lui. Entrambi incongrui, a quell’ora, a quell’incrocio. Alla fine ho guardato ancora l’imboccatura e le lamiere e, poco più in là, la gru. Il cantiere intero disteso in piena notte. I lavori sono iniziati nel 2007 e tutto, fino a ieri, chissà perché, sembrava sospeso, un tempo trattenuto, tutta la vita che non trascorreva.

Poi un ragazzo mi si è avvicinato e mi ha chiesto una sigaretta, “Niente, non fumo”, gli ho detto. Il tipo si è guardato intorno, vispo e preoccupato. “Hai visto, hanno quasi finito?”, ho simulato un certo entusiasmo e gli ho indicato l’imboccatura della metro. “Non me ne frega niente, della metro”, mi ha risposto seccato, “tanto mio padre non c’è più. Chi se ne frega della metro”. Prima di andarsene, mi ha chiesto l’ora: erano le nove e mezza del 26 febbraio del 2014 e il vento non si fermava più.

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Federico Pace è autore del libro Senza volo. Storie e luoghi per viaggiare con lentezza per Einaudi e della raccolta di racconti di viaggio “La libertà viaggia in treno” per Laterza. Facebook: https://www.facebook.com/senzavolo/, Twitter: @FedericoPace_