La crisi in Ucraina e i diversi modi di vivere la storia

01-Marzo-2014-006

di ANTONIO CARBONE

Vista da qui, dal giardino d’Europa qual è l’Italia, la crisi in Ucraina appare sufficientemente lontana tale da non farci paura. Del resto anche quando la guerra era a pochi chilometri da noi, come negli anni Novanta nei Balcani, raramente abbiamo avvertito un pericolo imminente.

Accade sempre così. Spesso anche quando si è in una paese in guerra la percezione cambia da città  a città o addirittura da quartiere a quartiere. Lo sanno bene gli inviati che proprio per questo scelgono l’hotel dove soggiornare con molta cura. Tiziano Terzani racconta che i primi tempi in cui era a Saigon la mattina tutti raggiungevano il fronte di guerra in taxi. Ma c’era pure chi non si allontanava dalla sua camera. Limitandosi ad affacciarsi ogni tanto dalla finestra. Un po’ quello che accade con la storia: c’è chi semplicemente si affaccia e chi si butta. In Ucraina ci si sono buttati a capofitto mentre noi qui in Italia aspettiamo, stiamo a vedere che cosa  combinano “i giovani” che in maniera incruenta e ineccepibile dal punto di vista costituzionale, hanno preso la Bastiglia. Nonostante il loro entusiasmo e la loro energia ci coinvolga ben poco.

“L’assedio di Sebastopoli, per l’inclemenza della stagione invernale e per lo scoppio del colera nell’esercito, costò perdite enormi agli alleati, i quali si trovarono nella necessità di rivolgersi per aiuti all’Austria; e poiché questa rifiutò, rivolsero la stessa richiesta al Piemonte”. Kapuścińki viaggiava con Erodoto, io più modestamente col Bignami. Persino adesso che è tutto più semplice con wikipedia, preferisco quei volumetti di storia di poche pagine. Per lo più l’ultimo che va dall’età della Restaurazione ai nostri giorni. Che poi questi “nostri giorni” non si sa mai a quali si riferiscano. La copia che consulto si chiude con la Costituzione della Repubblica italiana ma del resto, anche a scuola, si contavano sulle dita di una mano quei professori che riuscivano a finire il programma. Come in una sorta di campagna di Russia, a metà maggio, di fronte alla svogliatezza dell’intera classe si  arrendevano finendo per arenarsi anche loro sulla seconda guerra mondiale. E oltre non  andavano. Tanto meno c’era chi era disposto a seguirli nel tornare indietro e rileggere la storia. Ignorando che proprio nel “ritorno” avviene la comprensione.

“I nostri giorni”, probabilmente, è una espressione abusata anche da Erodoto, proprio lui che fu il maestro del mettere le mani avanti ricorrendo spesso a locuzioni quali: “a quanto mi dicono”, “a quanto narrano” e “esistono varie versioni”, per dire che lui poteva essere certo solo di ciò di cui era stato testimone oculare o di chi gli raccontava storie di prima mano. Motivo per cui Kapuścińki, come è noto, lo considerava il primo vero reporter della storia. A fronte di questa narrazione dalla quale emergeva per la prima volta la complessità della storia, il Bignami si presenta come una sorta di abbecedario. Un lungo elenco di fatti e di personaggi incardinati secondo il principio di causa effetto. A dettar legge lì erano gli dei capricciosi, qui un residuo di ragione hegeliana nella mente dell’umile compilatore.

Eppure anche la lettura di poche righe del Bignami, non dico sempre ma a volte, può riservarti delle sorprese. Come quando, in giro per la città ti basta risalire dalla fermata della metropolitana di Lepanto per viaggiare con l’immaginazione e sentirti nella battaglia con cui finì la supremazia dell’Impero Ottomano nel 1571. La stessa immaginazione che ti serve in questi “nostri giorni” davanti agli incendi ora lontani ora vicini – Ucraina, Bosnia, Venezuela – che divampano negli schermi televisivi. Senza l’immaginazione esistono solo i popoli mai le persone.