Le figure di Kentridge sul Tevere

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di MATTEO SARLO

Arriviamo al Tevere da Ponte Mazzini. Siamo venuti a vedere Triumphs and Laments dell’arista sudafricano William Kentridge. Io e il mio amico.  Lui, con la sua fissa per la storiografia e l’ossessione dell’ordine, io con la voglia di sentirlo parlare e straparlare. Eccole qua. Le figure alte 9 metri sul travertino. Non faccio a tempo a guardarle che lui già ha attaccato: «Quello lì, che inizia la fila delle figure, quello che sembra un gigante con la clava, in realtà tiene in mano un fucile ed è un bersagliere che si dirige verso Porta Pia nel 1870. Poi, è evidente, i due dentro la vasca sono Mastroianni e Anita Eckberg nella Dolce vita».

Mastroianni. Kentridge non ha segnato nessun tratto del suo volto, eppure, per una specie di sortilegio, lo si indovina con certezza. Non c’è il suo mento deciso, che gli conferiva l’aria da duro, bilanciata però da quella equilibrata femminilità delle labbra.  Non ci sono gli occhi stretti e, scomparsa, quella impeccabile proporzione delle fattezze che faceva pensare, a guardarlo, che soltanto le rare rughe striate sulla fronte segnalassero minuti segni di preoccupazione. Non c’è, qui sugli argini del Tevere, l’iconica sigaretta. Ora del grande attore non rimane che un’ombra sul precipizio del ricordo.

Esattamente sotto la scena della Dolce vita passa un uomo che deve essere stato sulla quarantina. Indossa un giubbotto smanicato blu elettrico, dal quale escono due braccia di una camicia a righe strette e bianche. Un bambino lo segue a pochi passi indietro, continuamente indeciso – la scelta costringe alla maturità – tra il fascino di quei mostri sulla destra e la sicurezza del padre, proprio dritto davanti a sé. «Dad, Dad, What is all about?». Accelero poi il passo e ritorno dal mio amico. Sta lì che parla e non si è accorto di nulla. «Quei due a terra, lei piegata su di lui, sembra il rovescio della Magnani in Roma città aperta, solo che nel film era lei ad essere stecchita. Hai presente, no? Tutta quella noia di neorealismo, le cicatrici della guerra, la testimonianza. Del resto Kentridge ha presentato dei film a Cannes e di cinema ne capisce, non si può contestare. Ma ora che ci penso potrebbe essere la Tosca, quella sì che è arte!»

Ora del grande attore non rimane che un’ombra sul precipizio del ricordo.

L’artista di Johannesburg ha incontrato il favore e l’aiuto di Tevereterno, un gruppo di artisti, architetti, urbanisti, storici, economisti, con sede a Roma e a New York, riuniti nel tentativo di rivitalizzare il rapporto di Roma con il suo fiume. È stato il direttore artistico dell’associazione, Kristin Jones, a proporre a Kentridge più di 10 anni fa un progetto per Roma. Ci sono voluti poi quattro anni  per completare l’opera, realizzata attraverso l’idropulitura della patina biologica accumulatasi sul travertino. E questo vuol dire che presto, tra al massimo cinque anni, quando lo smog sarà aumentato giorno per giorno, lievitando, fermentando, montando assieme all’umidità che si respira qui sotto, di tutte queste figure, di quest’opera d’arte, non rimarrà nulla. E allora a che scopo?

Sulle ginocchia mi sbatte il bambino di prima che deve avermi detto qualcosa per scusarsi ma dall’accento, per quella particolare pronuncia delle vocali – deve essere di Manchester –, e per quella condivisa febbrilità che hanno i bambini, che li porta a sovrapporre lettere, scambiare vocali e, in generale, a rinnovare costantemente il proprio linguaggio, non ho capito molto. Il padre lo chiama a sé.  Si piega sulle ginocchia e al momento giusto afferra il bambino di slancio, lo tira sulle spalle, gli stringe con le mani i sandali dai cui fori sbucano calzini come piccoli quadrati bianchi e, così, fermi davanti al corpo di Pasolini, gli dice: «It’s all about life Son, where what you do can have success or tragic consequences».

Tra Roma e Johannesburg ci sono 7.700 chilometri. Per colmare questa distanza puoi attraversare 10 stati e un turbinio di culture.  E mentre penso a quest’uomo che è arrivato fino alle acque del Tevere per ridisegnare la nostra Storia, il mio amico continua a dare giudizi. «Kentridge è convinto che il mondo si può leggere come una serie di fatti, oppure come una rivelazione, sono parole sue. Vedi quell’uomo a cavallo, per esempio? Quello è Vittorio Emanuele e la scena è l’unità d’Italia ma quello lì, quello che sembra uscito dal Signore degli anelli, quello è Cola di Rienzo, la repubblica romana. Più avanti, quegli uomini a pugno chiuso sono dei partigiani e la barca è quella di Enea.»

It’s all about life Son

Mi fermo un attimo a guardare. Quanto durerà tutto questo? In Norvegia c’è un compositore che da più di dieci anni suona musica con strumenti ricavati dal ghiaccio. Come i suoi strumenti sono buoni per una singola performance e destinati a scomparire, così anche queste immagini fra soli cinque anni non esisteranno più. Un uomo del Nord Europa e uno che viene dalla punta più a sud del continente africano che giocano con quello che scompare e noi ancora qui con quello che vorremmo non scomparisse mai.

Ora che è arrivata l’ora di risalire, ritornare ai suoni e ai tempi della città, avrei voluto che ci fosse stata una panchina qui sotto, potermi sedere. Da solo ora, scelgo uno degli scalini di ponte Sisto, per restare ancora una poco. La luce è obliqua e calda, il ponte inizia a riempirsi di ombre ma ancora si vede chiaramente. E tutto l’ardore del giorno sembra respirare sulle mura degli argini del Tevere, nell’inizio dell’ora blu. Tutto cambia, penso, non perché siamo noi a cambiare ma perché tutto muta tranne noi. Resto ancora lì perché il luogo è così bello e tranquillo, e solo il rumore del vento, ora, preme contro la plenitudine del silenzio.

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MATTEO SARLO Ha scritto per diverse riviste filosofiche e di critica cinematografica. Ha pubblicato Passagi sul vuoto, un saggio sul concetto di «vuoto» in filosofia. Sta  traducendo dal tedesco il saggio di Emil Staiger Die Zeit als Einbildungskraft des Dichters