J. Edgar e le inquietudini della storia americana

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di FEDERICO PACE

Nelle prime immagini si rimane colpiti. Ci sono penombre, luci e cupezze. Poi, la voce fuori campo, mentre la telecamera sale lungo l’entrata principale dell’edificio dell’Fbi. Pare volere cominciare a confessare qualche verità taciuta troppo a lungo: “Let me tell you something…”, “lascia che ti dica qualcosa…”: è la voce di Leo Di Caprio, con un forte accento di Washington. Si aspetta, con attenzione, cosa dica dopo. Ancora non si è visto il volto dell’attore, ma si è pronti a credergli, quali che saranno le cose che dirà. Ma è solo l’inizio, e all’inizio si è sempre troppo ingenui. “Communism – prosegue – is not a political party, is a disease”, ovvero “il comunismo non è un partito politico, è una malattia”.

J. Edgar è il film di Clint Eastwood che il 4 gennaio arriva nelle sale italiane e prova a restituire il profilo di Edgar Hoover, l’uomo che per quarantotto anni diresse ossessivamente il Federal Bureau of Investigation senza mai tenere una sola conferenza stampa. L’uomo che, legando sia con i repubblicani sia con i democratici, fu la pura espressione di un potere che sopravvisse a tutto mentre altri, nella stessa società, negli stessi tempi, venivano uccisi, senza pietà, per interessi opachi e cupe manovre (Martin Luther King, John Fitzgerald Kennedy, Malcom X, Bob Kennedy).

Mentre il film procede si ha la sensazione di rimanere imbrigliati, di stare ad ascoltare una serie di storie che alterano la realtà. Finzioni e illusioni. Mentre quasi ogni personaggio tiene metà del volto sempre velato da un’ombra, cresce la sensazione che il film invece di svelare, ordisca un modo per celare ancora di più. Quasi che il vero registra del film non sia Clint Eastwood, quanto piuttosto proprio Edgar Hoover.

Eastwood, che altrove era stato laconico e feroce nella sincerità, ci propone nelle prime scene un Hoover semplificato e banalizzato, un ragazzino di ventiquattro anni che gira in bicicletta disgustato dalle azioni degli anarchici. Quasi come se, proprio quella notte degi attentati, Hoover avesse maturato dentro di sé la follia delle sue visioni. Come se nella vita le cose accadessero solo in ragione di un chiaro nesso di causa e effetto. Come se quel che si fa, lo si fa sempre in buona fede, perché ci si crede, e se anche si sbaglia, lo si fa a fin di bene. Come se non ci siano altri motivi, più complessi e meno ingenui, a condurci e a mutarci durante la vita.

L’incontro nella biblioteca con quella che poi diventerà la sua segretaria storica. Una certa imbranatezza con le donne. L’omosessualità non confessata a se stesso. La figura della madre. Tanti sono gli elementi triti e scontati. La fotografia cupa e piena di penombre di Tom Stern, che con Eastwood ha girato anche Gran Torino, Million Dollar Baby e Mistic River, farebbe pensare a una ricerca quasi espressionista, ma il film sostanzialmente preferisce battere sentieri molto tradizionali e finisce per poggiare su un’impostazione molto classica, persino troppo, dove i personaggi che abitano la realtà del film più che mostrare una nuova verità, più che portarci vicini al fondo della natura di personaggi insondati, finiscono per rimandare a altre figure della cinematografia. Specchi di altri specchi.

Leonardo Di Caprio si muove bene, pare bravo, ma non sembra mai avere le capacità necessarie, che forse oggi ha Philip Seymour Hoffman, per aprire uno spiraglio sui personaggi discussi e amigui. Eppure lui stesso ha detto che ha scelto questo film proprio per l’ambiguità: “Quando non riesco a definire immediatamente un personaggio, e c’è in lui un elemento di mistero e altro ancora di inesplorato, ecco è allora che io dico sì a una parte”.

Tra i prossimi ruoli che Di Caprio interpreterà ci sarà quello di Frank Sinatra, l’inarrivabile cantante che al di fuori della musica mostrò aspetti discutibili e tenne rapporti con figure tutt’altro che limpide. A dirigerlo sarà Martin Scorsese. Difficile che si discosterà dai terreni tradizionali. Per provare a capire davvero come sarebbe bene raccontare i personaggi così complessi e dalle profonde radici nella storia di una società, forse non resta che tornare a leggere le prima pagine di Underworld di Don DeLillo. Proprio lì dove, non certo per caso, alla partita di baseball tra i Giants e i Dodgers, l’autore italoamericano faceva sedere Edgar J. Hoover a fianco di un collerico Frank Sinatra mentre Jackie Gleason, ubriaco, gli vomitava sui calzini.

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Federico Pace è autore del libro Senza volo. Storie e luoghi per viaggiare con lentezza per Einaudi e della raccolta di racconti di viaggio “La libertà viaggia in treno” per Laterza. Facebook: https://www.facebook.com/senzavolo/, Twitter: @FedericoPace_