Interstellar, Christopher Nolan e la vertigine scientifica

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di MATTEO SARLO

Interstellar del visionario Christopher Nolan. Il più classico dei film di missione e quel che l’eccede. La scienza e l’umanesimo. Nolan tenta una narrazione tra le più difficili, quella che desidera il punto di saldatura tra particolare e universale. Quella che, attraverso la storia di un individuo, racconta la storia della sua classe. E forse Nolan che prova perfino, attraverso la durata dei centosessantanove minuti del film, di proclamarsi genere cinematografico a sé.

Al cinema Trianon, a metà strada tra via Appia e via Tuscolana, nella sala più grande, ci sono molti gruppi di ragazzi. Giubbetti stretti sulla vita, gambe aperte nella spavalderia di una forbice, e tante parole che cercano di salire l’una sulla schiena dell`altra, rendendo così il discorso non lineare, frammentario. Solo alcune si riescono a decifrare chiaramente come Inception, Dallas Buyers Club, Capolavoro, Metamorfosi. L`ultima parola e la seconda devono essere legate: è proprio vero, da Dallas Buyers Club, Matthew McConaughey sembra un altro. Niente più sorrisini a Jennifer Lopez e parti drammatiche, stratificate, dense. Forse già dal Killer Joe di Friedkin, ma non importa ora. Quel che importa è che, sì, Matthew McConaughey è davvero un altro.

Il film inizia. La terra sta per morire: il tasso di Azoto nell’aria supera ormai quello dell`ossigeno, l`umanità vive la sua più grande crisi di cibo e pare destinata nella sua totalità, per fare fronte a questa piaga, ad appartenere alla classe degli agricoltori- almeno per le due o tre generazioni che rimarranno in vita. Coltivazioni fallite e tempeste di sabbia fortissime. Ma non tutto è perduto. “Qualcuno” (esseri non identificati, il Fato, una divinità), evidentemente di una intelligenza superiore, evidentemente di un altruismo sconfinato, ha deciso di piazzare un wormhole vicino Saturno, un tunnel spazio-temporale, una scorciatoia cosmica a più dimensioni per una galassia altrimenti irraggiungibile. E in questa galassia orbitano tre pianeti sui quali pare possibile ricreare la vita.

Ed ecco qua la missione, sotto gli ordini del direttore di una Nasa ormai costretta in un nascondiglio sottoterra (Michael Caine) – in un mondo in crisi, la popolazione non deve sapere che ancora vengono investiti fondi per la ricerca aerospazioale – un equipaggio composto, tra gli altri, dall`agricoltore ex pilota vedovo con due figli Cooper (Matthew McConaughey) e l’astrofisica Amelia (Anne Hathaway), figlia del direttore della Nasa, hanno il compito di attraversare il wormhole, recuperare i tre astronauti che, decenni prima, erano andati ciascuno su uno dei tre pianeti per valutarne le condizioni di vivibilità e capire se sarà possibile oppure no trasportare miliardi di persone attraverso il wormhole. Cosa troveranno al di là del tunnel spazio temporale? Gli astronauti saranno ancora vivi? La specie umana, e i due figli di Cooper con essa, potrà sopravvivere?

Come Dom Cobb (Leonardo di Caprio) di Inception percorre l`intero viaggio letteralmente nelle profondità della coscienza umana, come egli attraversa tutti gli stadi intrapsichici, dall`Io sino alle grotte dell’Es, solo per ritrovare la sua famiglia, così il pilota Cooper di Interstellar percorre l`intero viaggio, attraversa questa volta le abissalità dello spazio aperto, wormhole, gravità diverse, orizzonti degli eventi e buchi neri, solo per ritrovare sua figlia.

Tutti e due si trovano a fare i conti con il Totalmente Altro (Ganz Andere), per citare una frase del fenomenologo delle religioni Rudolf Otto, che sia quello della interiorità o della più spaesante esteriorità. Ma c`è una differenza. Mentre Nolan è riuscito ad utilizzare le nozioni psicanalitiche freudiane, piegandole per raccontare la sua storia, pare che, con Interstellar, Nolan sia rimasto affascinato dalla vertigine che le teorie della Relatività e della quantistica portano già di loro con sé. Ha osato Nolan, questo è certo. Ma forse è rimasto vittima, comprensibilmente vittima, del meccanismo che ha costruito: nel tentativo di cercare la poesia della congiunzione totalmente altro generale e totalmente altro particolare è rimasto lui stesso con la bocca aperta di fronte ai paradossi temporali di Einstein e alle seduzioni “sublimi”, nel senso kantiano di ciò che affascina e che atterra, dei buchi neri di Hawking.

Il film è stato in parte criticato per un preteso eccessivo romanticismo del regista. Perfino David Denby del New Yorker chiude il suo pezzo scrivendo che “la terra potrebbe morire ma l`amore trionferà. Attraverso tutto questo scenario oscuro, Christopher Nolan si rivela un tenerone” (“The Earth may die, but love will triumph. For all his dark scenarios, Christopher Nolan turn out to be a softie”.). Eppure quel che non rende Interstellar un capolavoro, è che il climax poetico del film non è nella narrazione stessa, non è in Cooper e nel rapporto con sua figlia, non è nel rapporto di un uomo con lo spaesante per eccellenza, ma nella descrizione di teorie scientifiche. La vertigine poetica, concettuale, filosofica è nella scienza e non nella narrazione cinematografica che Nolan ne ha fatto.

Chissà, forse per trovare davvero la quadratura del cerchio della sua cinematografia, per divenire Genere, occorrerà un terzo film. Il film che tenterà la saldatura tra Cobb e Cooper, tra Inception e Interstellar, tra Generale e Particolare.

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MATTEO SARLO Ha scritto per diverse riviste filosofiche e di critica cinematografica. Ha pubblicato Passagi sul vuoto, un saggio sul concetto di «vuoto» in filosofia. Sta  traducendo dal tedesco il saggio di Emil Staiger Die Zeit als Einbildungskraft des Dichters