Il solstizio d’inverno e i marinai sulla Basilica di San Giovanni

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di FEDERICO PACE

Il 21 dicembre, il solstizio d’inverno, il giorno più breve dell’anno. A vedere per primi la macchia luminosa sbucare da est, devono essere stati i corpi marmorei di Cristo e dei vescovi, issati sulla vetta della Basilica di San Giovanni. Anche ieri stavano tutti quanti in quella posa da marinai. Intenti a scrutare, con disperata immobilità, l’orizzonte elusivo. A dire dei bollettini, il primo raggio deve essere comparso dopo le sette e trentasei minuti. I loro occhi di marmo devono averlo visto sbucare tra le mura aureliane e i lunghissimi colli delle gru che, come giraffe addormentate, stavano immobili su via Appia. Là, in quello spiazzo dove al passaggio monotono delle vetture si sono arenati, come navi alla deriva, i lavori per la costruzione della Metropolitana.

Poi il cielo si è tinto di azzurro. Per strada un uomo portava un cane al guinzaglio senza pensare a nulla. Nell’unico bar aperto, le tazzine si urtavano l’una con l’altra nell’affannoso tentativo di trovare spazio sul ripiano di marmo. C’erano i cucchiaini, le mani vorticose e una certa macchinosa euforia da giorno feriale. Fuori, c’era chi fumava, standosene proprio sul ciglio del gradino, con lo stesso sollievo di chi non ha più nulla da perdere. Poco più in là, una donna, ancorata al gomito del marito, parlava con burocratica precisione di quello che avrebbero fatto da lì fino alla sera. Un uomo, fermo ad un incrocio, guardava verso l’alto. Poi, come il vento ha cominciato a spingere, tutti sono corsi a chiudersi dietro le porte dalla propria solitudine.

Il Cristo immobile, da quella vertiginosa posizione, ha lasciato che il vento proseguisse a scolpirgli il volto e il corpo. Poi, come una nuova manciata di minuti è stata gettata via, deve avere sentito sotto di sé la Terra ruotare ancora un poco. La luce, che gli ha girato intorno più che passargli sopra il capo, ha cominciato ad arrivargli dalle spalle. Ancora qualche raggio, non molto. Il pianeta luminoso sembrava poggiarsi laggiù, verso via Amba Aradam, sulle terrazze dell’ospedale di San Giovanni. Poi, ancora più giù, verso la Colombo, le Terme di Caracalla e il mare. Qualcuno da là sotto rimaneva ancora a guardare interrogativamente verso l’alto. Non dovevano essere neppure le cinque, quando tutte le schiene di quei marinai sono diventate del nero della notte.

Lo spazio della luce è durato solo nove ore. Allora all’insaputa di molti, la Terra, ha cominciato a piegarsi un po’ di più, quasi in un inizio di inchino, per esporre una maggiore porzione di sé nel viaggio lunghissimo che compirà intorno al pianeta luminosissimo. Il Sole, d’ora in poi, rimarrà sempre meno celato dietro le schiene dei palazzi. E seppure, nei giorni che verranno ci raggeleremo a sentire il freddo crescerci dentro come una paura, avremo più tempo, e più spazio, per guardare verso il limite del mondo, là dove la luce si piega.

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Federico Pace è autore del libro Senza volo. Storie e luoghi per viaggiare con lentezza per Einaudi e della raccolta di racconti di viaggio “La libertà viaggia in treno” per Laterza. Facebook: https://www.facebook.com/senzavolo/, Twitter: @FedericoPace_