Il viaggio nell’isola ancora divisa

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di ANTONIO CARBONE

In piena tempesta economica e costretta proprio per questo a chiedere aiuto all’Europa e alla Russia di Putin, la Repubblica di Cipro, che ha assunto dal 1° luglio la Presidenza di turno dell’Unione europea, è un Paese in un’isola in cui il trauma della divisione tra la zona greca a Sud e quella turca a Nord ha lasciato dei segni ancora molto forti nella vita e nella memoria dei suoi cittadini. 

La terrazza del Palm Beach Hotel di Famagosta si affaccia sugli alberghi fatiscenti di Varosha. Al tramonto la luce del sole rende ancora più spettrali questi alti edifici costruiti a pochi metri dal mare e fino alla metà di agosto del 1974 abitati prevalentemente da greco-ciprioti. Li lasciarono in fretta, convinti di tornarci presto. Non vi hanno mai più messo piede. Dopo aver occupato Varosha, le truppe turche la recintarono e la dichiararono zona militare. I pochi che l’hanno visitata raccontano di aver visto nelle case la tavola ancora apparecchiata e nei vicoli auto ricoperte di polvere con le chiavi nel cruscotto.

Sulla spiaggia a cui si accede direttamente dall’hotel, i clienti che vi soggiornano, inglesi e russi per lo più, prendono il sole prestando poca attenzione allo scenario alle loro spalle. Più che chiederti come fanno, hai la conferma di come gli agi e i comfort offerti nei resort, concepiti come veri e propri compound, rendano sostenibile qualsiasi contraddizione. Per avere un’idea di che cosa sarebbe potuta essere Varosha, basta andare in qualsiasi altra località di Cipro sulle coste meridionali. A Paphos, per esempio, la lunga catena di alberghi non è molto diversa. Veri corpi estranei rispetto all’ambiente, lo capisci ancora di più quando ti rechi nella zona alta del paese (Ktima), in parte deserta, sebbene proprio qui si trovino i locali più antichi. Dietro lo spiazzale del terminal degli autobus resistono  gli ultimi artigiani: falegnami, fabbri, carrozzieri. Resi superflui dai fornitori chiavi in mano che stanno rendendo uguale qualsiasi luogo turistico nel mondo. Dall’arredamento, al modo di mangiare, a quello di vestire. All’insegna del divertimento, naturalmente, offerto a prezzi stracciati a causa della crisi economica. Da questo punto di vista se c’è una cosa che unisce Cipro è proprio l’alta presenza di casinò. E che dire dei grandi cartelloni che pubblicizzano le marche di alcolici a Cipro Nord, particolare che sicuramente non si può fare a meno di notare per un paese a maggioranza musulmana.

Dal Palm Beach Hotel, basta fare pochi metri per intravedere l’imponente cinta muraria che risale all’epoca in cui la città era il porto più ricco del Mediterraneo. Ora Famagosta ha l’aspetto decadente di una piccola enclave che non può fare a meno dei turisti, a giudicare anche dall’area di dismissione che regna nel porto. Gli antichi splendori che avevano invogliato Shakespeare ad ambientarci il suo Otello, sono solo un ricordo. Le chiese cristiane abbandonate, sono state lasciate andare in rovina o trasformate in moschee come in tutta la parte Nord dell’isola. E’ in questa specie di fortezza che più di 10.000 turco-ciprioti rimasero assediati per trenta giorni. Tutto cominciò il 15 luglio del 1974 quando un colpo di stato orchestrato dal governo greco, allora in mano al regime dei colonnelli, rovesciò il presidente Makarios. Non appena si diffuse la notizia, i turco-ciprioti che vivevano nei villaggi del Nord scapparono, rifugiandosi qui. L’obiettivo del nuovo governo dei nazionalisti di destra era quello, infatti, di portare avanti il proprio piano di unificazione alla Grecia, enosis, a furia di epurazioni. Non erano le prime. Erano già cominciate subito dopo l’indipendenza dall’Inghilterra, nel 1960, causando i primi scontri tra le due comunità. Poi interrotti dall’intervento dell’ONU e l’istituzione nel 1964 della Green Line che  sancì già allora la divisione dell’isola  che in qualche modo andava nella direzione auspicata dalla minoranza turca, taskim.

“Dall’alto delle mura vedevamo i carri armati e i mortai della guardia nazionale greco-cipriota puntata verso di noi. Con gli altoparlanti continuavano a ripetere che ci avrebbero sterminati. Nelle case non c’era niente da mangiare all’infuori di qualche pugno di olive.” Questo raccontano i turco-ciprioti a Giuseppe Josca, uno degli inviati presenti in quei giorni sull’isola. Il 27 agosto 1974, sul “Corriere della sera”, il suo reportage da Famagosta faceva da contraltare a quello di Renzo Cianfanelli, in cui venivano descritti i villaggi greci saccheggiati e rastrellati dalle truppe turche che avanzavano eludendo il controllo delle forze dell’ONU. L’assedio terminò il 15 agosto del 1974. Quel pomeriggio i battaglioni d’assalto del generale Sancar, sbarcati sulle coste di Kyrenia già da settimane, arrivarono a Famagosta. Accolti dai turco-ciprioti come dei liberatori e dai greco-ciprioti, appunto, come degli invasori. Secondo un epilogo già vissuto nell’agosto di quattrocento anni prima quando proprio qui si combatté la battaglia decisiva, in seguito alla quale l’intera isola passò dalla Repubblica di Venezia agli Ottomani.

Un altro segno evidente del recente passato è proprio a Kyrenia. Sulla spiaggia dove i turchi sbarcarono ora c’è uno stabilimento balneare, l’Escape Beach Club. Anche qui è possibile farsi il bagno o magari prendere il sole standosene comodamente sdraiati nelle amache fin dentro l’acqua, dando le spalle a qualcosa di inquietante. Questa volta si tratta di un vero e proprio monumento, dalle evidenti sembianze di un mortaio puntato in maniera minacciosa sulla parte interna dell’isola. Nicosia, del resto, dista da lì poco più di venti chilometri. Appena dietro i monti su cui si asserragliarono i greco-ciprioti con l’obiettivo di non fare avanzare i turchi. La guerra, seppur breve, fu violentissima. Causò circa 7000  morti  e la “scomparsa” di diversi civili di cui solo negli ultimi anni sono state ritrovate alcune centinaia di cadaveri e naturalmente la divisione dell’isola che determinò l’esodo forzato di 200.000 greco-ciprioti a Sud e di 40.000 turco-ciprioti a Nord.

A distanza di oltre nove anni dagli scontri sull’isola, il 15 novembre del 1983, la minoranza turca che si era stanziata al Nord si autoproclamò Stato indipendente, che fu riconosciuto però solo dal governo di Ankara. I negoziati che si sono susseguiti negli ultimi anni, seppur non si sono ancora chiusi con il raggiungimento della riunificazione, hanno almeno reso più facile la convivenza. Ma nonostante questi progressi, i turisti che oltrepassano i check-point a tutte le ore, gli scambi commerciali che ufficiosamente pure intrattengono entrambi i Paesi, questa separazione che taglia in due Cipro, più che una ferita ancora aperta, rappresenta una specie di offesa che ha finito per invalidare l’intero corpo dell’isola. Te ne accorgi a Nicosia quando camminando sulla Ledra street, arrivi proprio al punto in cui s’interrompe per poi proseguire oltre la stazione di polizia e la buffer zone nella parte turca. Hai l’impressione di percorrere una sorta di spina dorsale che ha subito delle gravi lesioni e che ha finito per condizionare fortemente la vita di chi, qui, vive e lavora. Ti basta però girare per la città e intrattenere anche qualche superficiale conversazione, per scoprire che all’infuori di una minoranza, molti sarebbero pronti a far cadere quel che rimane di questo muro. Ti chiedi allora che cosa lo tenga ancora in piedi. E se messi da parte i vecchi rancori non siano come sempre ragioni economiche e geopolitiche – la presenza, per esempio, di gas nel tratto di Mediterraneo che bagna Israele, Turchia e Ciproa far sì che i colloqui tra i rappresentanti politici di entrambi i Paesi non abbiano ancora prodotto un accordo. E non è escluso che, come allora, un ruolo importante lo abbiano ancora le potenze straniere da sempre, come è noto, interessati al controllo di quest’isola.

Le tracce del suo passato coloniale inglese, del resto, sono ancora tutte ben evidenti. Le case basse, razionaliste, strutturate con un’alternanza di pieni e di vuoti, parti aggettanti e rientranze, angoli smussati, verande e logge, stanno a dimostrare che chi le ha progettate aveva bene a cuore la vita di coloro che avrebbero dovuto abitarci. Il risultato finale è una visione urbanistica armonica, anch’essa interrotta di colpo. Come se gli alti edifici, senza grazia, che incontri appena esci fuori dalle mura della città, fossero il segno di un’altra guerra o colonizzazione imposta non più da un solo paese, ma da una forza trans-nazionale che combatte a furia di liquidità finanziaria. Guerra che ha coinvolto, naturalmente, non solo Cipro. A vederle comunque da fuori queste case, che trovi in entrambi le parti della città, hai la sensazione che procurino ancora un certo sollievo.

Non è stato molto difficile verificarlo. Al mercato che ogni domenica si tiene nel zona del terminal degli autobus di Nicosia Nord, è bastato dare una mano a una donna a portare le buste della spesa per essere invitati a casa. Ci ha fatto accomodare nella stanza più grande, circondata su tutti i lati da ampi divani, e inondata dalla luce del tardo pomeriggio. La difficoltà del dialogo ha reso ancora più forte l’emozione. Subito si è instaurata un’intimità fatta più di sguardi e di contatto che di parole. E’ stata la riprova di quanto sia facile rompere il ghiaccio. Sentire la familiarità pur rimanendo in parte stranieri. Come del resto è normale che sia. Forse, e chissà che non lo stiano già da tempo sperimentando, turco-ciprioti e greco-ciprioti che rivendicano reciprocamente la proprietà di molte case, dovrebbero fare lo stesso. Favorire più che una restituzione, una visita. Non importa la durata. Sarebbe già un parziale risarcimento.