Il parco Luneur e lo spettacolo dell’abbandono

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di FRANCESCA PEDROLLO

Ci sono ancora le sedie, i banconi tra i quali ti aggiravi felice, desiderando lo zucchero filato e sperando di tornare a casa con un pesciolino rosso. Le insegne spente ma ancora intatte. La natura a poco a poco prende il sopravvento, fili d’erba dappertutto, alberi rigogliosi. L’unico movimento è dato dall’abbaiare di due cani, a guardia del luogo dimenticato. Il custode non vuole parlare, appare anche lui sinistro come i giochi fermi.

Ricordo quando, attraversando la Colombo, sfioravo il parco e la ruota girava con le sue luci e immaginavo come si poteva vedere da lassù. Era immensa per me bambina. Anche ora nell’avvicinarmi dopo tanti anni ritorna l’antica magia ma è tutto fermo, in un’immobilità metafisica. Il Luneur ha rappresentato il primo momento di libertà, quando, ancora alle medie, si iniziava a uscire il sabato pomeriggio con i compagni di scuola. La ruota era considerata, nel suo girare lento e pacato, troppo semplice e antica e noi, nella nostra spudoratezza cercavamo invece le “forti emozioni”. Mi ricapitò di andarci già più grande e tutto era dentro di me cambiato. Erano sopraggiunte le paure.

Ora mi aggiro intorno ai cancelli sbarrati, con la sensazione di essere una sopravvissuta. Sembra di vagare ai bordi di una città fantasma, di un luogo di guerra. Chiuso da due anni, sento ancora in lontananza il vociare di bambini presi dall’emozione delle giostre, ma nello stesso tempo il silenzio che lo circonda ti opprime. E’  in scena l’iniziale spettacolo dell’abbandono.