Caravaggio a San Luigi dei Francesi

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di FEDERICO PACE

Le opere del Caravaggio a San Luigi dei Francesi (Il martirio di San Matteo, la vocazione di San Matteo e l’Ispirazione di San Matteo) sono forse i quadri più visti a Roma (orari: tutti i giorni dalle 10 alle 12.30 e dalle 15 alle 19, chiuso giovedì). Anche in questi giorni. Ti basta rimanerci un poco davanti per capirlo, per accorgerti di quell’andirivieni vertiginoso, dell’umanità spesso affrettata e concitata ma a volte anche silenziosa e meditabonda. Un’umanità interminabile che rotea come un grande scenario multicolore di fronte a questi totem immobili, silenti e arcani. Pitture di un tempo remoto che stanno lì, in una cappella artificialmente illuminata, come grandi animali irrequieti.

E’ in un sabato pomeriggio che capito a San Luigi dei Francesi, la chiesa nel rione Sant’Eustachio. Lì, a pochi passi da piazza Navona, dove nella cappella Contarelli stanno in esposizione le tre opere del maestro Caravaggio. Non è la prima volta che li vedo. Ma mi intrufolo come un turista, come chi arriva da posti lontani e ha atteso tanto tempo per avere l’occasione di ritrovarsi a tu per tu con queste opere. Come chi aggiunge il senso del viaggio alla curiosità e all’interesse. Come chi si spoglia dei suoi abiti quotidiani e della sua routine, per avvicinarsi a un’opera d’arte o a una persona sconosciuta.

Sono passati più di 400 anni. Era estate anche allora, era il 23 luglio del 1599 quando Michelangelo Merisi da Caravaggio firmò quel primo contratto che sancì la sua prima grande commissione pubblica. Aveva ancora 27 anni. Non gli venne dato molto tempo per realizzare i quadri, in fondo era anche per quello, perché fosse veloce, che riuscì a ottenere quella commissione. Chi ci aveva provato prima di lui, scultori prima e pittori poi, ci avevano impiegato troppo tempo e senza costrutto, mentre la chiesa, come spesso le accade, aveva in testa solo il Giubileo del 1600 e per quell’anno voleva i quadri. Non più di un anno. Caravaggio scelse l’olio su tela, gli esperti dicono perché gli permettesse più dinamismo, più forza, più umanità. Ci furono rifiuti, più versioni, ripensamenti e tormenti. Censure e slanci. Le due tele, all’inizio erano solo due, furono collocate al loro posto il 13 dicembre del 1600.

Adesso i turisti girano in cerchio, gesticolano, qualcuno si fa ritrarre posando con sullo sfondo la Vocazione di San Matteo. Ci sono persino degli harleisty, questi da San Diego e con indosso delle magliette gialle. Turisti di città lontanissime e ragazzi e ragazze romane. “Questo è proprio bello! E’ veramente bello!”. Molti commentano, recuperano quel che hanno imparato a scuola, altri leggono le parole scritte sulle guide. Tra loro, c’è anche chi parla d’altro (“C’aveva 25 anni, se voleva veni’ co’ me, ce veniva”). La gente passa, si avvicina, resta qualche attimo, e poi va via dando vita a un’interminabile processione.

Qual è il motivo per cui esiste ancora tutto questo interesse e attrazione per Caravaggio? Cosa è che alimenta questa curiosità, allo stesso tempo, così vorace, sincera, affrettata e appassionata? Cosa è che fa colmare lo spazio e il tempo che ci separa da questi quadri e da quella lontanissima stagione in cui vennero dipinti?

La prima volta che venni fino a qui a vedere questi quadri ero un ragazzino. Non ne sapevo nulla di Caravaggio e della pittura. Mi accompagnava una ragazza. Quell’appuntamento era una sorta di emersione dal medioevo della mia adolescenza. Una sorta di rischiaramento e di accesso al mondo della pittura (e dell’arte). Un mondo che pensavo fosse solo un ambito in cui gli adulti ci si relegavano per una sorta di inspiegabile autoafflizione. Ricordo le labbra e il volto emozionato della ragazza. Da dove veniva quella energia? Da dove, quella passione? Erano i quadri dipinti da quell’uomo dalla vita burrascosa e di altri tempi così capaci di fare fremere una ragazza così bella e giovane che aveva scelto me per venire a vedere quelle pitture?

Nel film sul pittore che diresse il regista inglese Derek Jarman, anche lui pittore (vedi il film Caravaggio di Jarman), la storia di Caravaggio viene ricostruita a partire dai suoi ultimi giorni quando è agonizzante per la malaria su un letto. In una scena l’attore che lo interpreta parla del talento con un certo disprezzo e disperazione: “La mia pittura è un naufragio, neanche San Matteo potrebbe salvarla”. Chissà cosa pensava davvero Caravaggio della sua pittura e di queste tre opere incentrate sulla vita di San Matteo che generano un così caloroso interesse popolare.

I tre quadri nella cappella sono illuminati artificialmente a pagamento. C’è una piccola macchinetta mangiasoldi sulla destra. Ci si possono mettere pezzi da 10, 20, 50 centesimi e da un euro. C’è sempre un turista pronto a rovistare nelle tasche e inserire qualche moneta. Sono rari gli istanti in cui i tre quadri rimangono al buio della cappella, rischiarati solo da un raggio di luce che arriva da fuori.

Non solo turisti, anche gli artisti arrivano fino a qui. Antonio Munoz Molina, lo scrittore spagnolo dal così personale approccio alla scrittura e alle cose delle vita e del sapere, è venuto a vedere questi quadri molto di recente. Era estate allora, un paio di anni fa. Ne ha parlato in un recentissimo articolo, pubblicato su El Pais (leggi l’articolo Un viaje a Caravaggio), in cui ha raccontato dei suoi viaggi nel mondo per vedere le opere di Caravaggio. Proprio alla fine dell’articolo, ha raccontato della sua epifania, e di come al termine di una ennesima visione di un quadro di Caravaggio, finì per concordare con Willem De Kooning quando disse che “la pittura a olio venne inventata per dipingere la carne umana”.

Sono rimasto a lungo davanti ai quadri. Quando poi però sono uscito fuori alla luce del caldo pomeriggio del sabato romano, mi sono ritrovato in mezzo a tutta la gente che andava verso il Pantheon e a tutti gli altri che proseguivano verso piazza Navona. In alto, il cielo azzurro e infinito. Gli occhi quasi accecati dalla luce mediterranea, così diversa da quella profonda e abissale di Caravaggio. Per un attimo, non so neppure bene perché, ho pensato che quei quadri e questa luce, quel “dentro” in cui ero rimasto a lungo e questo “fuori”, così diretto, fossero la stessa cosa e che non c’era alcuna differenza. Né di tempo, nè di spazio.

Allora mi è venuto in mente quello che scrisse il poeta polacco Zbigniew Herbert alla fine della sua visita alle grotte di Lascaux, quando era ancora possibile farlo, lì dove sono state ritrovate le pitture di grandi animali risalenti a più di 17 mila e 500 anni fa: “sono tornato da Lascaux dalla stessa strada da cui sono arrivato. Anche se ero stato in quello che qualcuno può chiamare l’abisso della storia, non sentivo che stavo tornando da un altro mondo. Mai prima d’ora avevo sentito una più rassicurante convinzione: io ero un cittadino della terra, un erede non solo dei Greci e dei Romani, ma quasi dell’intero infinito”.

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FP

 

Federico Pace è autore del libro Senza volo. Storie e luoghi per viaggiare con lentezza per Einaudi e della raccolta di racconti di viaggio “La libertà viaggia in treno” per Laterza. Facebook: https://www.facebook.com/senzavolo/, Twitter: @FedericoPace_