Il kebab di Alì e l’estate ad Algeri

3-agosto-2013-008

di ANTONIO CARBONE

“Abbiamo deciso di andare via. Qui in Italia non c’è futuro per i nostri figli”. Chissà se alla fine Alì è partito davvero. Resta il fatto che da quando ha venduto la pizzeria non l’ho più visto. Canada, Marsiglia o in qualsiasi altro paese, dove si parla francese, messo meglio dell’Italia dal punto di vista economico. Questi i luoghi in cui allora meditava di trasferirsi con la sua famiglia. Non deve essere facile ma neppure difficile ricominciare da zero, dopo la prima partenza dall’Algeria più di trent’anni fa.

E’ stato proprio l’agosto di qualche anno fa che siamo diventati amici. Era uno dei pochi posti aperti e per questo cominciai ad andarci a pranzo tutti i giorni. Nel deserto di quei pomeriggi, spesso ero l’unico cliente a consumare seduto il suo kebab. Mi nutrivo prevalentemente di questo accompagnandolo con il chinotto, dal momento che Alì non vendeva la birra neppure quella analcolica. Accadeva allora che lui si allontanava dal bancone per venirmi a fare compagnia. Parlavamo prevalentemente di calcio: di Zidane innanzitutto. Ma anche di Totti e del Barcellona di Guardiola che cominciava a stupire tutto il mondo.

La primavera araba non era ancora cominciata ed era difficile prevedere quello che di lì a poco sarebbe accaduto. Almeno io non ne fui capace. Anche quando provai a fargli domande sul recente passato dell’Algeria  – le elezioni vinte nel 1991 dagli islamici del Fis e le violenze che seguirono all’annullamento del voto – non ne ricavai niente di particolarmente significativo. Mi sembrava più a suo agio nel parlarmi dell’estate ad Algeri. O forse ero io più interessato a questi racconti. Ci sono stato una sola volta ad Algeri e per giunta d’inverno.

Rimanevamo  seduti per molto tempo. A volte anche un’ora. Faceva caldo e quei pochi che erano rimasti in città erano rintanati in casa. Per strada non passava nessuno, si avvertiva solo il verso di qualche cicala. Da un cortile arrivava un forte profumo di gelsomino, quello vero che butta fiori fino a dicembre. Sulla sua  faccia berbera, dolce e allo stesso tempo aspra, c’era già un velo di malinconia