Il duplice omicidio di Torpignattara e il dolore senza confini

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di FRANCESCA PEDROLLO

Torpignattara inizia al capolinea delle Ferrovie Laziali, in via Giolitti. E’ già tutta nei vagoni: visi giovani, i pakistani e bengalesi, con le loro facce bambine, tengono stretti  a sé i sacchi, neri e blu, che contengono le merci cinesi, gli africani, cuffie al collo e cappelli con visiera abbassata, sembrano sempre tenere il ritmo anche senza musica, i coreani, appisolati, ottimizzano il tragitto dormendo. Una signora maghrebina, testa avvolta in una sciarpa e stivaletti per difendersi dal freddo di questa giornata, ha una borsa sulle gambe da cui tira fuori lentamente delle molliche di pane. Il polacco, seduto di fronte a me, è impenetrabile, guarda fuori, fermo come un manichino. I pochi europei sono musicisti, con gli strumenti in spalla, disinvolti per una nuova serata. Quello che resta sono gli occhi, pieni di malinconia, nostalgia o necessità di sopravvivere.

Nel clima di allarme e insicurezza che da giorni ha invaso la capitale sembriamo anche noi ladri o poliziotti in borghese, in cerca con le nostre armi, taccuino e macchina fotografica, tra volanti, posti di blocco e sirene, di un’immagine o di parole che racchiudano il senso di ciò che è successo. Ci inoltriamo per le strade in cui, mercoledì sera, sono stati uccisi la piccola Joy di appena nove mesi e suo padre, Zhou Zheng. Non arriviamo subito sul posto, la prendiamo alla larga, tra edifici bassi, costruiti con una loro compostezza e gli alti palazzi della speculazione. Le Madonne ex voto sulle facciate e i cortili che, come palcoscenici decadenti, si aprono da entrate nascoste in cui a illuminare è solo un albero di arance o di limoni, fanno subito pensare ad un paese dell’Italia del Sud se non fosse per tutte le attività commerciali gestite da bengalesi e cinesi, che ti riportano ad un mondo orientale.

Nonostante le insegne del natale il clima è quello successivo ad un attentato di mafia: gruppi di persone si ritrovano a commentare il fatto, increduli e spaventati. In Via Giovannoli, sotto la casa in cui, con un solo colpo sono stati trafitti padre e figlia, oltre ai giornalisti, un tappeto di fiori e lumini testimonia il dolore di Roma per quel che è successo, su un foglio appeso al muro, accanto al portone d’ingresso è scritto “04-01-2012 L’Italia  si vergogna. Anche Roma è morta”. Un ragazzo bengalese, con gli occhi lucidi, esclama “troppo mi dispiace” mentre esce dal portone il fratello di Lia Zeng, unica sopravvissuta. Dentro il bar, all’angolo tra via Giovannoli e via Tempesta, un uomo italiano, gli occhi della paura,  testimone del fatto, ha bisogno di raccontare “M’è morta davanti quella bambina, la madre mi diceva, pum pum pum, Mafia, all’inizio avevo visto solo il padre, poi ho visto anche Joy, immobile, solo sei mesi,  m’ha impressionato, e quell’immagine non riesco a toglierla dalla testa”. In questi momenti ti accorgi come solo nel lutto, nella crudezza del fatto, torniamo tutti ad essere “senza confini”.  (Fotografie di Antonio Carbone)