Il custode delle rovine di Delfi e il Chiostro del Museo Nazionale Romano

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di ANTONIO CARBONE

Oggi mi sono stancato molto – con questo caldo poi – tutti questi anni mi sono stancato/ su e giù dal Ginnasio al Museo, dal Museo al Teatro. Così esordisce il vecchio custode delle rovine di Delfi nel poemetto di Ghiannis Ritsos. In questi torridi giorni di inizio estate spesso mi sono venuti in mente proprio questi versi. Soprattutto quando, alla ricerca di un poco d’ombra, mi capita di rifugiarmi nel grande chiostro del Museo Nazionale Romano: lapidi, statue, capitelli, sarcofaghi, colonne, tra siepi di bosso e lavanda, pergolati di glicine, cipressi e palme. Mi piace questa commistione di natura e arte.

Il custode di Ritsos parla rivolgendosi a un collega molto più giovane. Entrambi sono seduti su dei marmi spezzati, caldi ancora del solleone. Li accomuna la stessa stanchezza e la stessa voglia di parlare: non delle solite cose di lavoro imparate a memoria – date, definizioni approssimative e facili valutazioni – ma due chiacchiere tutte loro, così da spendere – o da guadagnare – un po’ del proprio tempo per se stessi. Il Giovane intanto tace, come per una decisione o per un’antichissima, inspiegabile collera. Parla il Vecchio.

Il flusso di turisti è continuo. Singolarmente, in coppia, in gruppo, le persone percorrono il chiostro, spesso distrattamente, diretti alla biglietteria del museo. Solo dopo la visita, qualcuno si concede una pausa, per poi riprendere il cammino prima di tornare presumibilmente in albergo per la cena. Non è facile condividere i loro pensieri, quando ne incrocio gli sguardi. Che cosa può pensare, per esempio, l’anziano americano che mi è seduto di fronte insieme alla moglie? O la ragazza indiana che si fa fotografare dal fidanzato dietro la statua mozzata? Il tedesco che fissa i motivi floreali di un capitello appoggiato al suolo? O le giovani suore che sono entrate sorridenti, a passo svelto,  hanno fatto un giro intorno alla fontana centrale  e poi sono uscite?

Poi osservo i custodi. Uomini e donne, pronti a richiamarti non appena tenti di appoggiare la schiena a una lapide. Uno in particolare, più anziano, dall’incedere incerto, camicia bianca aperta sul petto, viso smilzo e cotto  dal sole, vaga espressione levantina. Quando oltrepasso un cancelletto, mi fa notare che mi trovo in una zona in cui è già necessario avere il biglietto. Ma poi  bonariamente mi concede di rimanerci. E’ come se fosse bastato questo rapido scambio di battute per capirci.

E’ il tipo d’uomo con cui potrei anche condividere una birra, seduti a un tavolino di un chioschetto.  O, al crepuscolo,  al fresco di una terrazza condominiale da cui è possibile vedere i treni entrare e uscire dalla stazione. Mentre le rondini,  i gabbiani, i merli e le cornacchie volano ancora in cielo. Solo questa stanchezza mi resta, tutta mia e mi piace che altro dire? Fa dire ancora Ritsos al suo custode che sembra avere a cuore oltre alle rovine di Delfi, anche il destino degli uomini.